germinal
Fondato nel 1907, numero 137 (nuova serie), maggio 2026

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Se vuoi la pace opponiti alla guerra


si vis pacem, bello obsta

Dopo anni di pace, anche se apparente, da tempo in Europa si sente nuovamente il rimbombo cupo dei cannoni; gli fa da controcanto il fastidioso ronzio dei droni. In ogni città europea si sono svolte manifestazioni contro la guerra, anzi, contro le guerre. Moltə sostengono che siamo vicinə alla III Guerra Mondiale; anche se così non fosse, diventa sempre più urgente capire come il femminismo debba agire. Per valutare il presente guardando al futuro, come molte volte succede, bisogna rifarsi al passato. In questo caso il nostro focus sarà la I Guerra Mondiale.

La Grande Guerra introdusse il concetto di “guerra totale”: il confine tra fronte e retrovia, tra combattente e civile, venne sistematicamente eroso. Scoppiata nel 1914, in breve tempo inghiottì centinaia di migliaia di vittime. L’isteria patriottica contagiò ogni strato sociale: intellettuali, artisti, sindacalisti, persino buona parte del movimento femminista si era schierato a fianco dei rispettivi governi, rinunciando all’internazionalismo che aveva animato i decenni precedenti. Nell’aprile del 1915, mentre l’Europa si dissanguava nelle trincee e i governi alimentavano la macchina bellica con menzogne sempre più sfacciate, più di 1.100 donne, provenienti da 16 paesi — belligeranti e neutrali — si riunirono all’Aia in assemblea, per compiere un atto che i loro contemporanei giudicarono folle e scandaloso, tacciandolo addirittura di disfattismo e tradimento: chiedere la fine immediata del conflitto.
Il Congresso delle donne per la pace è già di per sè un atto di coraggio politico e non solo. Basti pensare che fu completamente organizzato, dal finanziamento alla logistica, solo da donne, per di più in tempo di guerra. Fu promosso dall’olandese Aletta Jacobs e dalla tedesca Anita Augsburg; la presidenza venne affidata a Jane Addams, che vide nel congresso l’opportunità di dimostrare che la solidarietà femminile poteva trascendere le trincee e i confini. Unica rappresentante italiana fu la stilista socialista Rosa Genoni. Le delegate dovettero affrontare ostacoli quasi insormontabili: il governo britannico revocò i passaporti a molte attiviste, mentre la traversata atlantica delle americane a bordo della MS Noordam fu segnata da blocchi navali e ispezioni militari. Nonostante ciò, la presenza di donne provenienti da nazioni nemiche, come Germania e Belgio, sedute allo stesso tavolo, costituì un atto simbolico dirompente contro la narrazione dell'odio nazionale. Le risoluzioni adottate dal Congresso furono 20 e spaziarono dalla protesta contro l'orrore della guerra alla richiesta di arbitrato internazionale e al disarmo permanente. I punti più innovativi riguardarono la protezione e l’autodeterminazione delle popolazioni civili, senza fare distinzione tra vinte e vincitrici: per loro era fondamentale che nessun territorio potesse essere trasferito senza il consenso degli abitanti. Soprattutto, per la prima volta si denunciava in modo veemente "l'orribile violazione delle donne che accompagna ogni guerra", una posizione che rompeva il silenzio secolare su questo crimine. Fu tra le prime volte nella storia in cui un congresso internazionale discuteva apertamente dello stupro come parte integrante della strategia bellica. Fino ad allora, la violenza sessuale era stata trattata come un “eccesso individuale” o un “bottino di guerra inevitabile”. Le delegate, invece, compresero che la violenza sul corpo femminile assumeva un valore simbolico e politico.
Furono inoltre così lucide da comprendere come la denuncia delle violenze sessuali perpetrate dai soldati tedeschi sulle civili belghe e francesi fosse sfruttata come perno emotivo dalla propaganda alleata, per forzare l’entrata in guerra delle nazioni rimaste fino ad allora neutrali. Le immagini di donne stuprate e mutilate servivano a giustificare il proseguimento della guerra: la difesa della famiglia e dei suoi valori divenne un elemento essenziale. L’espressione stessa “Stupro del Belgio”, inizialmente figurativa - riferita alla violazione della neutralità - assunse rapidamente un significato letterale e orrorifico nella stampa internazionale.
Nella propaganda dei giornali di trincea italiani, ad esempio, la donna veniva presentata come «figura fragile da difendere dagli oltraggi del nemico», strumentalizzata come «ricatto emotivo alle spalle di ogni militare», funzionale a corroborare nel soldato l’idea di Patria, guarda caso sempre raffigurata al femminile. Alcune andarono oltre nella riflessione, riconoscendo nelle violenze l’espressione di un sistema patriarcale che vedeva nella sottomissione femminile il riflesso del dominio territoriale. Le donne dell’Aia, rifiutando di demonizzare il nemico come unico autore di tali atti, spostarono l’accusa sulla “guerra in sé”.
Posero anche l’accento sul fatto che, mentre la propaganda esaltava la santità della famiglia minacciata dal nemico, gli stessi eserciti alleati istituzionalizzavano la prostituzione su scala industriale. La dissoluzione della famiglia in nome della famiglia. Lo stato militarista riduceva la donna a una «funzione tribale di riproduttrice» necessaria a colmare i vuoti nelle file dell’esercito. Jane Addams denunciò con forza questa degradazione, definendo la guerra come la “massima minaccia contro la famiglia”, proprio perché riduceva il valore della cura e della maternità a meri strumenti demografici per il massacro.
Al ritorno - se c’era un ritorno - le prostitute di guerra venivano «abbandonate senza risarcimenti», la prole nata da relazioni fugaci affidata a orfanotrofi e le donne stigmatizzate come se il loro «sacrificio non fosse mai esistito».
La propaganda insomma costruiva un edificio retorico internamente contraddittorio: lo stupro nemico era un crimine che imponeva la guerra, ma la prostituzione organizzata dai propri eserciti era una necessità igienica e morale; la famiglia era il valore supremo da difendere, ma la donna non ne era che il mero strumento biologico - fattrice di figli da sacrificare - e insieme oggetto sessuale da offrire alla truppa. Il corpo femminile era al contempo sacro (quando violato dal nemico) e mercificabile (quando messo a disposizione dei propri soldati). Possiamo dire quindi che il discorso politico di molte femministe sugli stupri come crimine di guerra e di genocidio ha avuto un suo debutto politicamente organico proprio in quel lontano 1915.
Bisogna comunque sottolineare che all’epoca, ma per lo più anche ai giorni nostri, la soluzione per uscire da questo disastro venne ricercata nella riforma del sistema internazionale “dall'interno”; come se si potessero usare gli stessi strumenti, seppur migliorati - o potremmo dire perfezionati per renderli più accettabili - che il sistema bellicista patriarcale aveva generato.

Nello stesso periodo, oltre oceano, l’anarchica lituana naturalizzata statunitense Emma Goldman, stava portando avanti una critica molto più radicale e intransigente. Goldman non si limitava a chiedere la pace; chiedeva l’annientamento del militarismo in quanto «distruttore della giovinezza e stupratore di donne»: la violenza alle donne per lei era una pratica concreta e strutturale dell’apparato militare. Il pacifismo delle suffragette era spesso troppo timido, legato alla speranza che il voto alle donne avrebbe “umanizzato” lo Stato, mentre lo Stato era intrinsecamente inumano. Inoltre, criticava l’idea che le donne fossero “naturalmente” portatrici di pace solo in quanto madri. Rivendicava una libertà che non derivasse da un ruolo biologico, ma da intelligenza e coraggio. Mentre le delegate all’Aia facevano appello alla “sorellanza universale”, l’anarchica faceva appello alla solidarietà di classe transnazionale, vedendo nei lavoratori e nelle lavoratrici le vere vittime e, al contempo, i/le potenziali sabotatori e sabotatrici della macchina bellica. Sebbene stimasse Jane Addams, che aveva incontrato a Hull House, nutriva dubbi sulla strategia del riformismo pacifista e lo riteneva “ingenuo”, perché non affrontava le radici economiche del conflitto. Sulle pagine della sua rivista Mother Earth, Goldman analizzò la guerra come il prodotto ultimo del capitalismo e del patriottismo tossico. In questa prospettiva, la guerra non era più un errore diplomatico, ma una necessità per i fabbricanti e i commercianti di armi e munizioni. A dicembre 1915, mentre il Congresso dell’Aia era già un ricordo e la macchina della preparazione militare americana macinava consensi, Goldman pubblicò il saggio Preparedness, the Road to Universal Slaughter, uno dei testi antimilitaristi più feroci e lucidi del Novecento. «Sin dall’inizio del conflitto europeo», esordiva, «l’intera razza umana è quasi caduta nella morsa mortale dell’anestesia della guerra, sopraffatta dai fumi deliranti di un cloroformio intriso di sangue, che le ha offuscato la vista e paralizzato il cuore». E ancora: «Il tragico di tutta questa situazione è che l'America che deve essere protetta da un’enorme forza militare non è l'America del popolo, bensì quella della classe privilegiata; quella classe che deruba e sfrutta le masse e ne controlla la vita dalla culla alla tomba». E citava il Generale Maggiore O’Rian che, con disarmante franchezza, aveva spiegato l’essenza dell’addestramento militare: «Il soldato deve essere addestrato in modo tale da diventare un semplice automa; deve essere addestrato in modo tale da annientare la sua iniziativa; deve essere addestrato in modo tale da essere trasformato in una macchina». Goldman commentava: «Non si può fare la guerra con gli uguali; non si può avere il militarismo con uomini liberi; bisogna avere schiavi, automi, macchine, creature obbedienti e disciplinate, che si muovano, agiscano, sparino e uccidano al comando dei loro superiori. Questa è la preparazione, e nient’altro». Per combattere tutto questo, il pacifismo - specialmente quello moderato - era inefficace, passivo e lei con durezza ne prendeva le distanze: non «basta unirsi ai pacifisti borghesi, che proclamano la pace tra le nazioni, mentre contribuiscono a perpetuare la guerra tra le classi, una guerra che, in realtà, è alla base di tutte le altre guerre». Il pacifismo che non metteva in discussione il sistema capitalista e le strutture statali era complice, una foglia di fico che copriva le vergogne del potere.
Quando nel 1917 gli Stati Uniti entrarono in guerra e il congresso approvò il Selective Service Act, Goldman, insieme al compagno Alexander Berkman, passò all’azione e fondò la No Conscription League di New York che proclamava: «Ci opponiamo alla coscrizione obbligatoria perché siamo internazionalisti, antimilitaristi e contrari a tutte le guerre condotte dai governi capitalisti». «Chi si dichiara antimilitarista in tempo di pace e poi rinuncia alle proprie convinzioni in tempo di guerra e di pericolo non è un antimilitarista, è un debole”. E continuò a sfidare le ipocrisie del governo americano: «Se sei così generoso con la libertà da portarla in Germania oltre il mare, perché non la mantieni proprio qui, in questo Paese?».
Queste parole fanno venire i brividi per quanto sono attuali. La comparazione tra le donne del Congresso dell'Aia e Emma Goldman rivela convergenze profonde e divergenze altrettanto radicali.
Le convergenze stanno nell’obiettivo: si opponevano alla guerra, rifiutavano che la violenza sulle donne fosse normalizzata o strumentalizzata e pagarono un prezzo per le loro convinzioni. Le delegate dell'Aia affrontarono l’umiliazione pubblica, il ridicolo della stampa, le minacce dei governi; Goldman pagò con il carcere, la devastazione degli uffici di Mother Earth, la persecuzione e l’esilio. Ma le differenze sono sostanziali. Le donne dell'Aia credevano nella possibilità di riformare il sistema dall’interno: il loro programma prevedeva la mediazione diplomatica, la creazione di istituzioni internazionali, il suffragio femminile come strumento di cambiamento politico. Del resto, erano per lo più donne della borghesia progressista, legate ai movimenti suffragisti, che cercavano un interlocutore tra i loro pari, ovvero nei governi. Goldman considerava questo approccio non soltanto insufficiente, ma potenzialmente complice. Per lei, un pacifismo che non attaccava le radici economiche della guerra - il capitalismo, lo Stato, il militarismo industriale - era una forma di ipocrisia. Le donne dell’Aia volevano fermare quella guerra; Goldman voleva rendere impossibile qualsiasi guerra smantellando il sistema che le produceva.

La differenza era anche di classe. Le delegate dell’Aia, nonostante la loro coraggiosa trasgressione, appartenevano in gran parte all’élite intellettuale e professionale: mediche, avvocate, pedagogiste, scrittrici. Goldman, che aveva lavorato in fabbrica a sedici anni e conosceva la miseria dei quartieri operai, vedeva nel femminismo suffragista un movimento che ignorava le condizioni delle donne della classe lavoratrice. Come scrisse nel saggio Woman Suffrage del 1910, il movimento suffragista americano era «del tutto una questione da salotto, assolutamente distaccata dai bisogni economici della gente». Per Goldman, la vera emancipazione non passava per le urne ma per la liberazione dallo sfruttamento economico, dalla tirannia della famiglia patriarcale e dalla morsa dello Stato. Da qui anche la differenza nei metodi di azione: da una parte la promozione di Congressi internazionali, e soprattutto la diplomazia fatta da donne, di per sé un atto innovativo visto che fino ad allora era appannaggio degli uomini; dall’altra l’importanza attribuita all’azione diretta, allo sciopero generale e alla disobbedienza civile. Per le prime, obiettivo finale e risolutore erano l’Istituzione di una Lega delle Nazioni e il suffragio universale; per l’anarchica l’unica soluzione possibile e degna erano la rivoluzione sociale, l’abolizione delle frontiere e degli eserciti.

Ciò che accomuna davvero queste donne, al di là delle differenze strategiche, è la consapevolezza - allora come oggi scandalosamente attuale - che la guerra non è un fenomeno naturale, ma una costruzione sociale, sostenuta da menzogne, alimentata dallo sfruttamento e che colpisce i corpi delle donne con una violenza specifica e intenzionale. Emma Goldman, in più, dimostrò che il rifiuto della guerra deve essere totale, radicale, incondizionato e che non basta piangere i morti se non si attaccano le strutture che producono la morte. Come scrisse nel suo saggio del 1915, con parole che potrebbero essere state scritte ieri: «Non basta dichiararsi neutrali; una neutralità che versa lacrime di coccodrillo con un occhio e tiene l’altro fisso sui profitti delle forniture belliche e dei prestiti di guerra, non è neutralità. È un mantello ipocrita per coprire i crimini dei paesi».
Più di un secolo dopo, la guerra continua a stuprare. I conflitti contemporanei - dalla Bosnia all'Iraq, dal Congo alla Siria, dall'Ucraina a Gaza e all’Iran - confermano tragicamente ciò che le donne dell'Aia denunciarono nel 1915: lo stupro è arma di guerra, strumento di terrore, politica deliberata. E la propaganda continua a fabbricare menzogne sui corpi delle donne, a usarli come pretesto per nuove violenze.
La lezione di queste straordinarie donne è che non basta indignarsi: bisogna smascherare le menzogne, rifiutare la complicità anche nel “liberare altre donne”, attaccare le radici - economiche, politiche, patriarcali - della violenza bellica.
Seguendo l’esempio di Emma Goldman, oggi dobbiamo batterci contro la leva militare e l’aiuto bellico - ovvero l’invio di mezzi, munizioni e soldatə - e sostenere con ogni mezzo la diserzione, muovendoci anche al di fuori delle regole imposte da questo sistema, che tra parentesi è frutto dell’ideologia maschilista e quindi già di per sè non ci appartiene.
La storia ci insegna che il pacifismo non ha fermato nessuna guerra. È ora di provare con l’antimilitarismo, in ogni luogo e senza compromessi.

Cristina
Circolo Libertario E. Zapata

Immagine di Bastrardilla


Germinal numero 137 (maggio 2026)