germinal
Fondato nel 1907, numero 137 (nuova serie), maggio 2026

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Autogestione e solidarietà nel terremoto friulano (1976)


una lettura wardiana dell'emergenza

Pa sopravivence, no pa l'anarchie. Il movimento dei comitati nelle tendopoli friulane dopo il terremoto del 1976, pubblicato nel 2008 per Forum Editrice Universitaria e Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, è attualmente in corso di ristampa presso lo stesso editore. Si tratta di uno dei pochi lavori di natura accademica sul terremoto friulano, in mezzo a molta pubblicistica agiografica e giornalistica basata sulla narrazione celebrativa del "Modello Friuli", incentrata sul ruolo di Sindaci, Commissario straordinario e istituzioni. Questo testo esamina invece l'esperienza diretta delle popolazioni terremotate come fenomeno sociale utilizzzando fonti orali e le carte lasciate dal movimento delle tendopoli.

I. AUTOGESTIONE NELL'EMERGENZA

Il 6 maggio 1976 una scossa di 6,5 gradi della scala Richter devastò l'area pedemontana del Friuli causando oltre mille morti. Cessano di essere operative tutte le strutture del potere statale sul territorio: municipi, caserme dei CC e dell’esercito, linee telefoniche. Lo Stato si ritrovò cieco e monco, avendo perso in un colpo solo i propri canali informativi e i propri strumenti operativi, rimanendo per ore, in alcuni casi per giorni, incapace di comprendere gli eventi in corso.
Le comunità di borgata invece disponevano di immediate capacità di risposta. Nella notte tra il 6 e il 7 maggio si attivarono dinamiche di soccorso reciproco basate su legami di vicinato. All'alba risultavano già installati i primi rifugi di fortuna, la cui collocazione riproduceva la geografia sociale preesistente: ogni comunità ricostituiva la propria unità territoriale nello spazio fisico dell'emergenza. Questa capacità organizzativa non derivava da pianificazione preventiva, ma da automatismi culturali sedimentati nelle pratiche quotidiane di vita collettiva: la gestione delle latterie sociali, degli asili autogestiti, l’organizzazione delle sagre paesane, in alcuni casi la manutenzione condivisa di fontane e boschi comuni. Forse giova ricordare, per evitare idealizzazioni romantiche alla ‘Comune rustico’ di Carducci, che una comunità politica, sia essa un piccolo collettivo, una vicinia o un grande sindacato, è solida non perché mancano conflitti interni, ma se riesce a sviluppare meccanismi tali per cui gli inevitabili conflitti vengono risolti e diventano nutrimento della comunità stessa.
Emerse in ogni tendopoli un comitato informale. Un documento redatto il 17 maggio dal comitato della tendopoli di Godo esplicitava la filosofia organizzativa: "I delegati non dovranno fare altro che trasmettere ciò che è stato deciso nelle assemblee di campo. Sono, per così dire, portavoce. L'Assemblea conserva tutti i poteri decisionali". La formula ricalcava principi di democrazia diretta: mandato imperativo, revocabilità continua, sovranità assembleare inalienabile. Il 18 maggio si costituì il Comitato di coordinamento delle tendopoli, struttura orizzontale che riuniva delegati delle varie borgate e, in un secondo momento, dei paesi terremotati. Le riunioni si tenevano a rotazione in tendopoli diverse e ogni decisione richiedeva la ratifica dalle assemblee di base.

Conflitti sull'organizzazione dello spazio
Superata la fase di emergenza immediata, si sviluppò un conflitto sistematico tra comitati e istituzioni su tre questioni fondamentali. La prima riguardava la collocazione delle tende. L'esercito proponeva l’accentramento in pochi grandi campi presso campi sportivi. La popolazione oppose un netto rifiuto: la concentrazione avrebbe dissolto la borgata come soggetto collettivo. La seconda battaglia concerneva le mense. Le autorità proponevano la chiusura delle mense gestite dai comitati a favore di strutture centralizzate. I comitati si opposero: le mense nelle tendopoli non costituivano solo un servizio assistenziale, ma erano un spazio fisico di autogestione materiale e di assemblea permanente e informale. La terza battaglia riguardava i volontari, che le autorità volevano concentrare in campi separati sotto il loro controllo.
In tutti e tre i conflitti la posta in gioco era identica: sopravvivenza della comunità come soggetto autonomo. Le istituzioni applicavano la loro logica razionalizzatrice: efficienza organizzativa, economie di scala, controllo centralizzato (e abbiamo visto nei terremoti degli ultimi anni, specie all’Aquila, gli effetti sociali di questa impostazione). I comitati difendevano invece la loro logica comunitaria: mantenimento dei legami sociali, democrazia diretta, autonomia decisionale, autogestione materiale. Era un conflitto tra due razionalità incompatibili, più che un dialogo sulle modalità tecniche di gestione emergenza.

La manifestazione del 16 luglio e la rottura con i sindacati
Alla manifestazione del 16 luglio 1976 si arrivò dopo due assemblee generali tenute al ‘cupolon’ a cui parteciparono migliaia di persone nonostante i numerosi posti di blocco (la scusa erano sempre gli sciacalli). Nelle assemblee si decise di manifestare a Trieste davanti alla sede della Regione FVG, ma nel corso di una delle riunioni del coordinamento, tenutasi il 10 luglio a Trasaghis emerse che i sindacati CGIL-CISL-UIL e le Comunità Montane si erano accordati per spostare la manifestazione a Udine: la strategia mirava ad assicurarsi il ruolo di rappresentanti del movimento presso la Regione. La riunione fu lacerante con i rappresentanti delle tendopoli e dei paesi che non avevano il mandato di cambiare una decisione presa in Assemblea generale. Era rifiuto della mediazione: i comitati rivendicavano l’autorappresentanza e la ricerca di un rapporto diretto con il potere decisionale, bypassando tutti gli organismi democratici intermedi. Sindacati e comunità montane ruppero e si arrivò a due manifestazioni: al mattino a Udine, con Sindaci e Sindacati, al pomeriggio a Trieste, con il Coordinamento delle tendopoli.
A Trieste scesero circa due migliaia di terremotati e fu davvero una manifestazione di popolo, con donne, uomini, bambini, e questo nonostante il boicottaggio che vide cancellare il treno speciale già organizzato e rese necessario noleggiare autobus in Veneto, si dice per la longa manus dei sindacati. Fu consegnata nelle mani del Presidente della Regione una piattaforma rivendicativa articolata in sette punti tra cui la critica alla "legge dei rattoppi" (L.R. 17/1976) priva di criteri antisismici, la richiesta del piano per i prefabbricati e di una ricostruzione "con ampia consultazione popolare", l’abolizione delle servitù militari: fasin dibessoi (facciamo da soli) non era un’arrogante slogan autarchico, ma il rifiuto di quella pianificazione centralizzata che aveva già fallito in Balice e che fallirà ancora in seguito nei più recenti casi.
Purtroppo l’individuazione delle aree prefabbricate è molto lenta e continuano di conseguenza le mobilitazioni, con blocchi stradali e ferroviari. Il 4 settembre è prevista la visita del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti e la situazione è calda. Il Presidente subisce dure contestazioni ovunque vada, cambiando di continuo programmi e percorsi tra i vari paesi che avrebbe dovuto visitare. Assediato presso la caserma Goi-Pantanali di Gemona deve fuggire da un’uscita secondaria per i campi, ma pochi chilometri dopo viene fermato in un altro paese e la sua autoblu assaltata. Volano mattoni e manganellate. Un tutore dell’ordine in borghese viene fermato dai manifestanti e costretto a identificarsi prima di essere rilasciato. Il volantino diffuso, riportato nel Bollettino n. 21 del 4 settembre, recava questo titolo emblematico: "Cosa ne sai di noi Andreotti?" Non c’era alcuna richiesta di compassione ma solo una puntuale rivendicazione di diritti. Pochi giorni dopo viene affidato a Zamberletti, già commissario nell’emergenza, un secondo mandato con il compito di individuare le aree per i prefabbricati.

Settembre: crollo e dispersione
L'11 e il 15 settembre nuove scosse di intensità comparabile a quella di maggio colpirono l'area. Le vittime furono limitate ma non si può dire altrettanto del crollo psicologico. Se il primo terremoto aveva mobilitato ampie risorse di reazione al trauma, i terremoti di settembre sono stati la mazzata definitiva. La dispersione fisica lungo la costa adriatica distrusse la base materiale del movimento: senza la vita comune saltava il meccanismo delle assemblee permanenti nelle tendopoli. Il movimento di fatto, quantomeno nella sua fase più radicale e popolare, terminò quel 15 settembre.
Tuttavia l'eredità fu contraddittoria. Molti elementi della ricostruzione friulana - rispetto del tessuto urbano, rifiuto delle baraccopoli, consultazione locale - derivarono dalla pressione esercitata dal basso. Il "Modello Friuli" celebrato successivamente incorporò, senza riconoscerlo, conquiste del movimento delle tendopoli. La memoria ufficiale esaltò Sindaci e Commissario; del movimento rimane traccia minima nelle commemorazioni istituzionali.

II. COLIN WARD E L'ANARCHIA IN AZIONE: UNA LETTURA TEORICA

Anarchia come ordine naturale
Ovviamente si tratta di rivendicare retrospettivamente un'identità anarchica per un movimento che non si è mai definito tale ed anzi si è sempre pensato come interno al sistema democratico, ma ritengo interessante proporre una lettura delle prassi organizzative sviluppate nelle tendopoli attraverso le categorie teoriche elaborate da Colin Ward (1924-2010), la cui opera si concentrò sull'analisi di forme di autorganizzazione spontanea che emergono ai margini o al di fuori delle strutture statali.
Colin Ward nella sua tesi centrale, esposta in Anarchy in Action (1973), afferma che l'anarchia non costituisce un’utopia futuribile ma che è una realtà presente ovunque le persone organizzino autonomamente aspetti della propria vita. Anarchia come ordine che emerge spontaneamente dall'interazione cooperativa quando mancano coercizione e gerarchie imposte.
Ward sviluppò una particolare attenzione per situazioni emergenziali. Osservò che nelle catastrofi - bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale, disastri naturali, collassi infrastrutturali - le gerarchie formali tendono a dissolversi mentre emergono forme di mutuo soccorso e autorganizzazione. Scrisse che in situazioni di emergenza, quando le normali istituzioni crollano, le persone si organizzano naturalmente in modi che gli anarchici riconoscerebbero come propri. Non si tratta di imposizione ideologica ma di risposta pragmatica: le persone fanno ciò che funziona. Il caso friulano del 1976 costituisce un’esemplificazione quasi paradigmatica delle tesi wardiane. Il 6 maggio, quando lo Stato diventa letteralmente cieco e paralizzato, mentre è vacante, non emerge il caos hobbesiano dell’homo homini lupus, ma un ordine cooperativo.

Mutuo soccorso contro assistenzialismo
Secondo Ward, una distinzione fondamentale separa il mutuo soccorso dalla carità cristiana o dall’assistenzialismo. Il mutuo soccorso è reciproco, orizzontale, basato su riconoscimento di pari dignità. E’ rivolto verso un soggetto auto organizzato e ne rafforza l’autonomia. La carità è verticale, unidirezionale, presuppone e rafforza l’asimmetria tra benefattore e beneficiario. Ward richiamava Kropotkin: il mutuo soccorso costituisce un fattore evolutivo fondamentale, non meno importante della competizione. Le società prosperano quando sviluppano istituzioni di cooperazione volontaria.
Nelle tendopoli friulane questa distinzione operò concretamente. Arrivarono volontari a frotte, con le motivazioni più disparate e, come emerge dalle interviste, quelli che arrivavano con atteggiamento assistenzialista (agendo cioè in base a logiche elaborate altrove) venivano respinti o marginalizzati. Quelli disposti a lavorare fianco a fianco, magari a imparare un po’ di friulano, mettersi a disposizione alla pari, partecipare alle assemblee, venivano integrati. Di fatto non agivano da angeli del fango ma da compagni. I comitati pur nel loro dichiararsi per la Costituzione e l’Ordine costituito, nel dichiarare di agire Pa sopravivence, no pa l'anarchie nel volantino che dà il titolo al libro, di fatto agivano al di fuori e a volte contro lo Stato, in base ad una cooperazione vitale che era esattamente il tipo di anarchia pratica che Ward descriveva: non proclamata ma agita, non teorizzata ma vissuta.
Significativo il conflitto documentato nei verbali sui volontari. Lo Stato tentava di classificarli come "esterni pericolosi" (sciacalli, spacciatori) da espellere. I comitati li rivendicavano come "nostri", rilasciando documenti che attestavano appartenenza alla comunità. Era sfida diretta al monopolio statale della certificazione identitaria. Ward avrebbe riconosciuto qui un esempio perfetto di come le comunità autorganizzate creano proprie istituzioni di riconoscimento reciproco, indipendenti e spesso contrarie a quelle statali.

Democrazia diretta contro rappresentanza
Ward criticava sistematicamente la democrazia rappresentativa come forma di alienazione politica. Delegare la sovranità a rappresentanti eletti significa rinunciare al potere decisionale. Le elezioni periodiche non costituiscono esercizio di democrazia ma la sua sospensione: si vota ogni tot anni, poi si subisce. La vera democrazia è diretta, assembleare, basata su mandato imperativo e revocabilità continua. Le stesse elezioni nella borgata incisero poco sul meccanismo di gestione interno, e furono più che altro un modo per legittimarsi di fronte alle Istituzioni: elezioni come "facciata" per dialogare con lo Stato, ma la sostanza decisionale rimaneva assembleare. Una negoziazione basata su un pragmatismo pericoloso (come del resto è pericolosa ogni forma di guerriglia).

Spazio e potere: decentramento contro accentramento
Ward dedicò particolare attenzione alla dimensione spaziale del potere: l’accentramento fisico facilita il controllo gerarchico, mentre il decentramento e l’uso diretto dello spazio favoriscono l’autonomia. Scrisse estesamente su housing autocostruito, orti urbani e occupazioni di spazi abbandonati, pratiche attraverso cui le persone si riappropriano del controllo sul proprio ambiente, opponendosi alle logiche pianificatorie centralizzate e imposte dall’alto e prefigurando forme di organizzazione sociale alternative.
Le tre battaglie principali dei comitati friulani, documentate nei verbali - tende, mense, volontari - erano tutte battaglie spaziali. L'esercito voleva accentrare le tende nel campo sportivo dove dal loro punto di vista era facile portare servizi e controllare la popolazione. I comitati volevano tendopoli sparse nelle borgate per mantenere i legami sociali e dove, anziché essere controllati dall’alto, potevano controllare il territorio. Le autorità volevano poche mense grandi e centralizzate: economie di scala, gestione razionalizzata. I comitati volevano mense autogestite in ogni tendopoli: spazio fisico dell'assemblea, momento aggregante. Le autorità volevano i volontari in campi separati dove esercitare su di essi il proprio controllo e mantenere ben separati locali e forestieri. I comitati volevano volontari integrati nelle tendopoli dove operava una solidarietà concreta, partecipazione comune anche intellettuale. Ci furono persino casi di soldati di leva mandati via dalle tendopoli dai CC, perché fraternizzavano troppo.
Ward avrebbe letto questi conflitti come la manifestazione di una tensione fondamentale tra la logica statale (razionalizzazione, efficienza, controllo) e la logica comunitaria (autonomia, auto-determinazione). Non si trattava solo di un dibattito tecnico sulle modalità ottimali della gestione dell’emergenza. Era un conflitto politico su chi controlla lo spazio e quindi chi detiene il potere.
È significativo che quando i terremoti di settembre costrinsero la popolazione ad evacuare verso la costa, la dispersione in alberghi diversi senza criterio comunitario distrusse il movimento (ed è lecito chiedersi se questa dispersione causata dallo Stato, che non allestì per tempo le baraccopoli, non fosse stata perseguita coscientemente proprio per spazzare via il movimento, con i terremoti di settembre che accellerarono l’esodo che sarebbe stato inevitabile con i primi freddi). La base materiale della democrazia diretta era la vita comune nelle tendopoli: le assemblee quotidiane, le discussioni continue, il controllo reciproco. Senza spazio condiviso, niente assemblee; senza assemblee, niente movimento.

Istituzioni arcaiche come "semi" anarchici
Un aspetto peculiare del pensiero di Ward era l'attenzione per le istituzioni tradizionali che incorporano principi anarchici senza proclamarsi tali. Studiò common lands britannici, sistemi di irrigazione autogestiti in Spagna, mercati informali. Sosteneva che queste istituzioni - spesso premoderne, sopravvissute ai margini della modernità statale - contenevano "semi" di ordine anarchico: gestione collettiva senza gerarchie imposte, decisioni consensuali, controllo comunitario diretto.
Nel caso friulano, questi "semi" forse erano le vicinie medievali: assemblee che amministravano i beni collettivi, le comunanze o communia. Sotto attacco dello Stato moderno fin dal suo insediarsi dalla fine del Medioevo, erano sopravvissute in modo carsico, in istituti come le latterie sociali, gli asili autogestiti, nei momenti di socializzazione autorganizzata come le sagre, nella gestione di fontane e altri beni collettivi. Quando il terremoto spazzò via lo Stato, questi "semi" rifiorirono: i comitati riprodussero logiche vicinali (assemblee dirette, mandato imperativo, controllo sugli eletti) senza consapevolezza storica esplicita. Era memoria incorporata, habitus comunitario che fioriva in modalità spontanea.
Ward sarebbe stato affascinato da questa continuità inconsapevole. Dimostrava che le forme anarchiche di organizzazione non sono invenzioni intellettuali ma risposte pratiche che emergono ripetutamente quando le persone devono gestire collettivamente risorse comuni. Sarebbe un imperdonabile anacronismo definire le vicinie medievali come "anarchiche", ma si può dire che funzionavano secondo principi che gli anarchici riconoscerebbero: democrazia diretta, rotazione delle cariche, controllo assembleare.

Limiti e lezioni: l'anarchia come prassi quotidiana
Ward era consapevole che le esperienze di auto-organizzazione emergenziale raramente si istituzionalizzano permanentemente. Il caso friulano conferma questa dinamica. I terremoti di settembre spazzarono via fisicamente il movimento. Ma anche senza quella catastrofe, probabilmente si sarebbe schiantato contro una processo di istituzionalizzazione. I comitati non avevano alcun progetto di sostituirsi allo Stato e avevano verso di esso e le sue Istituzioni un atteggiamento un po’ ingenuo, privo di letture di classe. Non vedevano contraddizioni tra le loro richieste di "controllo popolare" e i meccanismi democratici statali. La loro era una posizione ibrida, non rappresentava un’alternativa sistemica.
Mancava elaborazione teorica esplicita. I protagonisti descrivevano la propria azione come "spontanea", e vivevano con diffidenza ogni possibile radicalizzazione delle analisi sull’esistente. Questa assenza di coscienza politica esplicita limitava la capacità di tradurre l’esperienza in un progetto permanente.
Ward avrebbe probabilmente riconosciuto questo limite, senza però considerarlo fatale. Sosteneva che ogni esperienza di auto-organizzazione lascia una traccia: la memoria di aver fatto diversamente, la consapevolezza che le alternative al potere statale sono possibili.
Il libro Pa sopravivence, no pa l'anarchie, che non è certo un libro di propaganda anarchista, tenta di testimoniare questa possibilità con rigore scientifico. L'anarchia - intesa come ordine cooperativo non gerarchico - non è un’anomalia eccezionale ma una possibilità latente. Non richiede una conversione ideologica , mentre necessita di condizioni materiali appropriate: spazio condiviso, necessità concreta, assenza di imposizioni gerarchiche. Quando lo Stato collassò il 6 maggio, quelle condizioni si crearono. Le borgate risposero riattivando forme organizzative sedimentate in secoli di gestione collettiva. Furono efficaci non perché ideologicamente illuminate ma perché pragmaticamente adeguate. La lezione è che i "semi" di ordine anarchico esistono già e sono sparsi ovunque e allora il compito non è inventare l’anarchia, ma riconoscerla dove già esiste, nutrirla, difenderla dalle pressioni centralizzatrici. Farla fiorire.

Igor Londero



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