germinal
Fondato nel 1907, numero 137 (nuova serie), maggio 2026

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boris vian: antimilitarismo e teatro dell'assurdo

Mentre era in corso il festival di Sanremo mi sono imbattuto in un video, condiviso da una compagna, in cui un curioso trio si esibiva sul palco del teatro Ariston: un rapper, Dargen D'Amico, recitava il testo de Il disertore di Boris Vian alternandosi con Pupo che, con occhiali scuri e piglio deciso, si involava nel ritornello del suo hit Su di noi, il tutto condito dai preziosi interventi della tromba di Fabrizio Bosso, uno tra i più acclamati trombettisti jazz italiani.
Vi confesso che di primo acchito ho pensato a una sciocca parodia creata con l'AI, poi mi è venuto in mente che in fondo Pupo era già stato capace di peggio, presentandosi sullo stesso palco con Emanuele Filiberto di Savoia e il tenore Luca Canonici... Non sarà mica vero?
Era proprio così, infatti, un abbinamento strampalato che in fondo ha comunque il merito di aver portato lo sferzante testo antimilitarista di Boris Vian al festival e nelle case di molti italiani, a oltre 70 anni dalla sua stesura ma purtroppo sempre maledettamente attuale.
Dubito che Boris Vian potesse gradire l'accoppiata con Pupo, ma avrebbe probabilmente apprezzato i fraseggi di Bosso, visto che anche lui fu un trombettista jazz molto stimato, oltre che direttore artistico e responsabile del reparto jazz di un’importante casa discografica (basti pensare che frequentava amichevolmente trombettisti di fama mondiale come Miles Davis e Dizzy Gillespie e invitava Duke Ellington a casa propria per gustare tè e pasticcini).
Forse allo stesso Bosso sarà sorto qualche dubbio su quel terzetto bizzarro, o forse un professionista preferisce non farsi troppe domande e quando lo pagano suona e basta. L'atmosfera kitsch gli avrà allora suggerito di sfoggiare quella scala di ispirazione andalusa che sembrava introdurre l’improvvisa comparsa di Zorro a cavallo, o almeno di Bocelli (che ha fatto qualcosa di analogo in quei giorni, col suo cavallo che si chiama “Caudillo”, vabbé...). L'aspettativa equestre invece è rimasta delusa, ma alla fine del brano è stata compensata da un colpo di scena con addirittura un paio di interventi dall'aldilà: «Più che macchinari ci serve umanità» dice la voce di Charlie Chaplin, tratta dal discorso de Il grande dittatore, e Papa Francesco chiude con «Non rassegnamoci alla guerra... guerra... guerra...».
Vi confesso che, dopo questa esperienza di patchwork piuttosto ardito, ho sentito urgente il bisogno di riascoltare il Boris Vian originale e magari anche qualche versione italiana di quelle fatte con rispetto e gran passione, come il tributo che Giangilberto Monti gli dedicò una ventina di anni fa (Boris Vian – Le canzoni).
Ascoltando questi brani possiamo constatare che l'antimilitarismo dell'autore non si limitava alla celeberrima Le Déserteur (di cui scrivemmo nel Germinal 131), ma permeava buona parte della sua produzione musicale: il censuratissimo album Chansons "possibles" et "impossibles" (1956) si apre infatti con Les joyeux bouchers (I macellai felici) e si chiude con Le petit commerce (la piccola impresa), entrambi presenti anche nella versione italiana di Monti, rispettivamente con i titoli Tango dei macellai e Vendiamo armi!.
Si tratta di brani dal tono apparentemente brioso e scanzonato, ma la satira dell’autore è feroce e mette a nudo la crudeltà disumanizzante dei militari al fronte, paragonati ai macellai («Voilà du boudin!» Ecco il sanguinaccio!), senza risparmiare la cupidigia di chi si arricchisce con la produzione e il commercio delle armi: dopo aver provato senza successo a far soldi con svariati lavori, vendendo cravatte, fragole o perfino riparando bidet, sono approdati all’attività più redditizia: «Vendo pistole, corte e lunghe, grandi e piccole, le ho a tutti i prezzi – c'è sempre un acquirente per questi delicati strumenti. Sono un commerciante di armi, venite a trovarmi per i vostri figli! Vendiamo armi!».
Ancora più spietata appare La Java des bombes atomiques (La giava¹ delle bombe atomiche), brano proposto anche in altre versioni italiane, tra le più note quelle di Bruno Lauzi e Fausto Amodei, di cui proponiamo qualche stralcio.
La storiella racconta di uno zio appassionato (e un po' suonato) di fai-da-te che passava giornate intere nella sua officina a fare esperimenti per produrre la bomba atomica, ma non riusciva a superare l'intoppo della potenza troppo limitata:

Con la bomba H c'è un problema pratico che mi tormenta:
che quella di mia produzione c'ha un raggio d'azione di tre metri e trenta!
E' un difetto a cui però presto io rimedierò.


Con l'avanzare dell'età (e della demenza senile, che però sembra offrire buon consiglio) trovò finalmente la soluzione:

Per anni cerco di aumentare la portata della bomba mia diletta,
non mi sono reso conto che quello che conta è solo dove la si getta!
Se qualcosa ancor non va, presto si rimedierà.


Fu così che invitò i capi di Stato per presentargli la sua bomba:

I gran capi di Stato per veder la bomba gli hanno chiesto udienza in fretta,
lo zio li ha ricevuti tutti e chiesto scusa se la camera era stretta.
Ma quando sono entrati lui li ha chiusi dentro, poi gli detto «State buoni!»
La bomba esplose, così fu che di 'sti capoccioni non ce n'eran più!


Il raggio d’azione ridotto bastò allo scopo; chiamato poi a rispondere al giudice di questo grave incidente rispose così:

Signori è stata una sciagura ma non ho paura a dirvi chiaro e tondo
che distruggendo 'sti bastardi, anche se un po' tardi, ho salvato il mondo!


Oltre a essere un prolifico musicista e compositore, con mezzo migliaio di canzoni all'attivo, Boris Vian fu scrittore di romanzi, poesie e opere teatrali e perfino attore. La sua eredità artistica è enorme nonostante la vita molto breve, morì infatti nel 1959 a neanche quarant'anni: soffriva di una cardiopatia congenita, allora incurabile; aveva sempre saputo che la sua vita non sarebbe potuta durare a lungo, forse fu per questo che fece il possibile per viverla molto intensamente, lasciando poche ore al sonno.
Così come le canzoni, anche le altre opere sono intrise della suo umorismo tagliente e riprendono spesso i temi dell'antimilitarismo e della critica al potere.
Le sue opere teatrali rientrano nel filone del teatro dell'assurdo e tendono spesso a ridicolizzare i vertici dell'esercito e i capi di stato, denunciando l'insensatezza della guerra.
L'antimilitarismo è presente fin dagli esordi del 1950 con L'Équarrissage pour tous (Tutti al macello) e Le dernier des métiers (L'ultimo dei mestieri) fino alla maturità della sua ultima fatica drammaturgica, Les bâtisseurs d'empire ou Le Schmürz (I costruttori di imperi, ovvero Lo Schmürz), caratterizzata dall'inquietante presenza in scena dello Schmürz, enigmatica figura silenziosa avvolta nelle bende su cui i protagonisti scaricano la loro frustrazione, picchiandola e maltrattandola senza apparente ragione e senza provocarne alcuna reazione. Una non-persona che è sia vittima che mostro, metafora dei traumi e delle colpe che la società borghese cerca di cancellare, ma che rimangono dolorosi e presenti, muto testimone dell'assurdità e della brutalità della condizione umana e della violenza gratuita causate dalla guerra e dall'ottusità del potere.
Apertamente antimilitarista è infine Le goûter des généraux (Generali a merenda), opera realizzata nel 1951, ma pubblicata postuma nel 1962, rappresentata la prima volta nel 1964 in tedesco e l'anno seguente nella versione originale francese; diverse compagnie teatrali la propongono tuttora anche in Italia. L'opera in tre atti mette in scena in tono farsesco e irriverente l'assurdità della guerra, attraverso le figure di politici sciocchi e senza scrupoli e generali incapaci e infantili che decretano la guerra facendo merenda. Alla fine la guerra si rivelerà una messinscena e non si sentono mai sparare i cannoni, i generali annoiati allora si ritrovano per l'ennesimo spuntino e per passare il tempo, dopo qualche bicchiere di troppo, decidono di dedicarsi a un nuovo gioco divertentissimo, la roulette russa: «È semplicissimo! Gioco da bambini! Si mette una pallottola nel tamburo... si fa ruotare... si tira... così!» Uno dopo l'altro crolleranno tutti a terra senza vita, compreso il protagonista a cui spetta l'ultimo colpo: «Centro! Ho vinto!».

Benni AP

Note

[1] Danza in ritmo ternario, simile alla mazurca, molto in voga in Francia dopo la prima guerra mondiale.


Germinal numero 137 (maggio 2026)