L’esperimento del confederalismo democratico nella Siria post-Assad
rojava sotto assedio
Negli ultimi anni il Rojava, oggi formalmente denominato Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est, ha rappresentato una delle esperienze politiche più significative emerse nel Medio Oriente contemporaneo. Nel pieno della devastazione prodotta dalla guerra civile siriana, questo territorio ha dato forma a un esperimento di autogoverno radicale fondato su democrazia dal basso, pluralismo etnico, protagonismo delle donne ed ecologia sociale. Non si è trattato semplicemente di un’anomalia locale nata dal collasso dello Stato siriano, ma di un vero tentativo di costruire un’alternativa politica in una regione segnata da autoritarismo, guerra e frammentazione settaria.
Oggi, però, questa esperienza si trova in una fase decisiva e drammatica. La Siria post-Assad, la riorganizzazione dei rapporti di forza regionali e l’offensiva politico-militare del nuovo potere centrale, rimettono apertamente in discussione il futuro dell’autonomia del Nord-Est siriano. La questione non è soltanto se il Rojava riuscirà a mantenere uno spazio politico proprio, ma anche quali elementi del confederalismo democratico potranno sopravvivere dentro un quadro statale che punta alla reintegrazione e al controllo.
Il progetto politico del Rojava prende forma nel 2012, quando le regioni a maggioranza curda del Nord della Siria si sottraggono progressivamente al controllo del governo centrale. In quel vuoto di potere si sviluppa un sistema ispirato alle elaborazioni di Abdullah Öcalan e alla prospettiva del confederalismo democratico. ll modello istituzionale che prende forma si fonda su alcuni principi centrali che ne definiscono l’originalità politica.
Al centro vi è l’autogoverno locale, strutturato attraverso comuni, assemblee di quartiere e organismi partecipativi pensati per radicare il potere decisionale nei territori. A questo si affianca il principio della co-presidenza paritaria, che prevede la presenza congiunta di una donna e di un uomo nelle principali cariche politiche, nel tentativo di tradurre l’uguaglianza di genere in assetto istituzionale concreto. Un altro elemento costitutivo è il pluralismo etnico e religioso, espresso nella partecipazione di curdi, arabi, assiri, armeni e di altre comunità alla vita politica e amministrativa. Accanto a ciò, il sistema attribuisce un ruolo decisivo all’organizzazione autonoma delle donne, che si articola in strutture politiche, sociali e anche militari proprie. Infine, questo modello si richiama a un orientamento ecologico che, almeno nelle sue intenzioni più avanzate, promuove forme di economia cooperativa, comunitaria e maggiormente radicate nei bisogni sociali dei territori
Questa esperienza si sviluppa parallelamente alla guerra contro lo Stato Islamico. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), sostenute dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, hanno avuto un ruolo decisivo nella sconfitta territoriale dell’ISIS tra il 2015 e il 2019. Quel percorso è stato pagato a un prezzo umano altissimo, con migliaia di caduti nelle file delle forze curde e delle strutture di autodifesa. Eppure, proprio mentre il Rojava diventava uno dei principali argini contro l’espansione jihadista, la sua esistenza politica continuava a restare sotto attacco.
Le minacce sono arrivate da più fronti. La Turchia, che considera le forze curde siriane una diramazione del PKK, ha lanciato dal 2016 in poi ripetute operazioni militari oltreconfine, occupando ampie porzioni del Nord della Siria e producendo sfollamenti di massa, militarizzazione permanente e destabilizzazione sistematica. Ma la pressione non è arrivata soltanto da Ankara. Anche Damasco ha sempre guardato con ostilità all’esperienza autonomista del Nord-Est, rifiutando l’idea di una struttura federale o di un’autonomia stabile e insistendo invece sulla piena reintegrazione delle istituzioni locali dentro l’apparato statale siriano.
In questo quadro ha pesato in modo determinante anche il progressivo disimpegno degli Stati Uniti. Per anni le SDF sono state il principale alleato locale della coalizione internazionale nella guerra contro lo Stato Islamico, pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane. Una volta sconfitto territorialmente l’ISIS, tuttavia, Washington ha iniziato a ridefinire le proprie priorità strategiche nella Siria post-Assad.
Le recenti dichiarazioni dell’inviato statunitense Tom Barrack hanno segnato un passaggio particolarmente esplicito in questa direzione. Barrack ha affermato che gli Stati Uniti non sostengono alcuna prospettiva di autonomia nel Nord-Est siriano e che le forze curde dovrebbero essere integrate nelle nuove strutture statali siriane. In altre parole, il principale alleato internazionale delle SDF ha chiarito di non essere più disposto a difendere politicamente l’esperienza del Rojava.
Questo cambio di linea ha avuto conseguenze immediate sugli equilibri della regione. Nel momento in cui Washington ha fatto capire di non voler più garantire una copertura politica all’amministrazione autonoma, il nuovo potere centrale guidato da Ahmed al-Sharaa ha trovato margini molto più ampi per aumentare la pressione militare sulle aree controllate dalle SDF. Per molti osservatori si è trattato di un vero e proprio segnale politico: il via libera, almeno implicito, a riportare con la forza sotto il controllo di Damasco l’esperimento autonomista curdo. In questo contesto si colloca l’offensiva che, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, ha portato agli scontri con le forze curde e alla nuova fase di conflitto nel Nord-Est della Siria.
È in questo contesto di isolamento internazionale e pressione militare crescente che si inserisce l’offensiva guidata da al-Sharaa contro le aree autonome del Nord-Est.
Al-Sharaa, già noto come Abu Mohammed al-Jolani, ha guidato la caduta del regime di Assad nel dicembre 2024 e, poche settimane dopo, si è insediato come presidente della fase transitoria. Da quel momento il nuovo assetto del potere siriano ha cercato di ricondurre sotto il controllo di Damasco anche l’esperienza autonoma costruita nel Nord-Est. Tra la fine del 2025 e il gennaio 2026 la pressione militare è diventata frontale: gli scontri hanno raggiunto anche i quartieri curdi di Aleppo e le SDF sono state costrette a ritirarsi da parte delle aree arabe, concentrando le proprie forze nel cuore del Rojava.
Quando l’offensiva ha minacciato direttamente il nucleo dell’esperimento autonomista curdo, si è aperta una fase nuova. La mobilitazione della società curda nelle quattro parti del Kurdistan, insieme alle pressioni diplomatiche internazionali, ha contribuito a bloccare l’avanzata e a strappare un accordo. Ma il prezzo è altissimo: l’intesa prevede infatti l’integrazione progressiva delle strutture civili e militari dell’Amministrazione autonoma nelle istituzioni dello Stato siriano. Resta tuttavia del tutto aperta la questione decisiva: se questa integrazione avverrà come semplice riassorbimento centralizzato oppure se lascerà spazio a forme reali di autogoverno territoriale.
Per il movimento curdo e per le forze che hanno costruito il progetto del Rojava la posta in gioco è molto più ampia della sola sopravvivenza amministrativa delle istituzioni locali. In questi anni il Nord-Est della Siria ha rappresentato un tentativo concreto di sperimentare forme di democrazia radicale, organizzazione comunitaria e protagonismo politico delle donne in una delle regioni più instabili del mondo. Le comuni di quartiere, le assemblee territoriali, le cooperative e le strutture autonome delle donne hanno cercato di tradurre in pratica l’idea di una società fondata su partecipazione, pluralismo e autogoverno.
Questo esperimento non è mai esistito in condizioni normali. È nato e si è sviluppato dentro una guerra civile, sotto embargo economico, sotto attacco militare e nel mezzo delle competizioni geopolitiche tra potenze regionali e internazionali. Nonostante questi limiti, il Rojava è diventato un punto di riferimento politico e simbolico per molti movimenti sociali e libertari nel mondo, mostrando che anche in contesti estremamente difficili è possibile tentare forme diverse di organizzazione politica e sociale.
Il futuro di questa esperienza rimane oggi incerto. Molto dipenderà dagli equilibri interni alla Siria post-Assad, dalle dinamiche regionali e dalla capacità delle forze curde di difendere spazi di autonomia politica. Ma, al di là degli esiti immediati, l’esperienza del Rojava ha già lasciato un segno profondo: ha dimostrato che anche nel cuore di uno dei conflitti più devastanti del nostro tempo è possibile provare a costruire istituzioni fondate su democrazia dal basso, emancipazione delle donne ed ecologia sociale.
Se questa esperienza verrà ridimensionata o assorbita dallo Stato siriano, resterà comunque una delle più importanti sperimentazioni politiche emerse nel Medio Oriente degli ultimi decenni. E continuerà a rappresentare, per molti, un riferimento concreto per immaginare forme di organizzazione sociale alternative all’autoritarismo, al nazionalismo e alla guerra permanente che hanno segnato la storia recente della regione.
Ora più che mai, l’esperienza del Rojava ha bisogno di tutta la solidarietà politica, concreta e internazionalista possibile.
Federico Venturini