La Strategia verso la Shock Economy tra Europa e Italia
l’architettura dell’economia di guerra
Per comprendere l’attuale fase di ripresa dei conflitti bisogna fare alcune premesse sia di ordine temporale, sia per quanto riguarda i piani di lettura della fase. Temporalmente parlando la fase bellica non comincia negli ultimi tre o quattro anni. L’analisi delle dinamiche politiche ed economiche globali dell’ultimo quindicennio rivela infatti una traiettoria coerente che, lungi dall’essere una serie di risposte randomiche e reattive a crisi isolate, delinea una strategia deliberata all’interno della conflittualità fra opposte visioni imperialiste. Potremmo parlare piuttosto di una proiezione di potenza statunitense definibile come "conflitto multidimensionale”.
Tale strategia, avviata sistematicamente dal 2011 con la dottrina del "Pivot to Asia", si è evoluta attraverso fasi di contenimento economico e tecnologico per giungere, nel biennio 2025-2026, a una fase di applicazione radicale del paradigma della "Shock Economy"; ossia rendere politicamente inevitabile ciò che è socialmente inaccettabile. Per dirla con il linguaggio di Milton Friedman: "Solo una crisi, reale o percepita, produce vero cambiamento. Quando quella crisi si manifesta, le azioni intraprese dipendono dalle idee che sono in circolo. Questa, io credo, è la nostra funzione basilare: sviluppare alternative a politiche esistenti, tenerle in vita e a disposizione finchè il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile”. In questo scenario, le crisi militari e sistemiche - segnatamente all’invasione dell’Ucraina, l’intervento in Venezuela e il conflitto con l’Iran - fungono da catalizzatori per una ristrutturazione violenta dei modelli socio-economici ocidentali, europei compresi.
Ciò che prima accadeva con i tempi consentiti da un diritto internazionale creato ad uso e consumo delle coalizioni di paesi egemoni, oggi deve avvenire con strappi e forzature ammantate da un’aura di schizofrenia, ma assolutamente assai più schiettamente e senza false retoriche. L’obiettivo è di recuperare manu militari ciò che sta sfuggendo alla mano dei mercati e nel contempo riuscire a mettere i bastoni tra le ruote ai concorrenti. All’interno di questo carosello dell’assurdo, l’Europa annaspa tentando di giocare una mano di poker con quattro assi ma da un mazzo di carte da scopa. Dopo il totale fallimento del revamping in chiave green, si sta cercando la strada della riconversione militare.
L’obiettivo finale appare essere la validazione di un riarmo forzato, che dovrebbe fornire liquidità per una nuova stagione di revamping industriale nella speranza di rimettere in piedi l’economia europea. Nelle tare di questa processo rimane la strategia di fondo dello smantellamento programmato dei sistemi di welfare. I piani di lettura della fase sono quindi plurimi e complessi e l’azione bellica non è altro che qualcosa di immanentemente iscritto nel modo di riproduzione capitalista che richiede il ricorso al sommo sacrificio di risorse pubbliche, il prevalere della ragion di stato e delle misure emergenziali per modificare l’assetto legislativo, politico, sociale e culturale in modo da far accettare il cambiamento di fase come conseguenza di un fenomeno devastante come la guerra, piuttosto che come necessità fisiologica del capitalismo, quindi la guerra come l'acme della shock economy ossia rendere politicamente inevitabile ciò che sarebbe socialmente inaccettabile.
La Genesi della Strategia di Contenimento: dal Pivot to Asia alla "Guerra necessaria" (2011-2024)
Il decennio iniziato nel 2011 ha segnato un cambiamento fondamentale nella "Grand Strategy"[1] degli Stati Uniti, spostando il baricentro dell’attenzione delle strategie internazionali dal Medio Oriente e dalla lotta al terrorismo verso il contenimento dei "peer competitors"[2], specificamente Cina e Russia. Questa transizione, avviata dall’amministrazione Obama (Nobel per la pace!), ha introdotto l’idea che la sicurezza nazionale statunitense non dipendesse più dalla stabilizzazione di regioni periferiche attraverso il "nation-building"[3], ma dalla preservazione di un ruolo egemonico nelle aree di maggiore interesse commerciale e tecnologico. Potremmo dire che in qualche modo è stata gettata la maschera e che dietro l’esportazione di democrazia, la pace e tutte le buone intenzioni c’è sempre stato solo l’ossessivo perseguimento dell’egemonia economica. Nonostante le divergenze retoriche tra le presidenze Obama, Trump e Biden, emerge una straordinaria continuità negli obiettivi di lungo periodo, sebbene Obama abbia cercato di integrare la Cina in un sistema multilaterale attraverso accordi come il Trans-Pacific Partnership (TPP)[4] e Trump abbia invece optato per una guerra commerciale aperta basata su dazi bilaterali e guerra vera e propria. Entrambi hanno identificato Pechino come la minaccia esistenziale al primato americano. L’amministrazione Biden ha successivamente fuso questi due approcci, mantenendo l’impianto sanzionatorio di Trump e rafforzando le alleanze militari nel Pacifico, formalizzando il concetto di "decoupling" o "de-risking" tecnologico [5]. La strategia del conflitto si manifesta come l'utilizzo integrato di strumenti economici, sanzionatori e militari per isolare i rivali e costringere gli alleati a un allineamento ferreo. La National Security Strategy ha progressivamente inquadrato Russia e Cina non come partner economici o concorrenti, ma come attori intenzionati a rimodellare l'ordine internazionale, giustificando così l'intervento statunitense nelle politiche interne europee per accelerare la transizione verso un’economia di difesa.
L’Energia come Arma di Allineamento Atlantico
Un pilastro fondamentale della strategia del conflitto globale è stato il controllo del mercato energetico internazionale. La transizione forzata dell'Europa dal gas naturale russo al gas naturale liquefatto (GNL) statunitense rappresenta un caso esemplare di come una crisi innescata da un conflitto possa essere trasformata in un’opportunità di controllo strutturale. Dopo l'invasione dell'Ucraina nel 2022, il Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti ha accelerato le approvazioni per l'esportazione di GNL verso i paesi non-FTA (Free Trade Agreement), garantendo che quasi il 70% delle esportazioni nordamericane di gas fosse diretto verso l'Europa nel biennio 2023-2024. Questo spostamento non ha solo indebolito le entrate del Cremlino, ma ha creato una dipendenza di lungo termine dell'industria europea dai prezzi del gas americano, i quali sono soggetti alla volatilità del mercato globale e alle decisioni politiche di Washington. La "de-russificazione" energetica dell'Europa ha agito come uno "shock" che ha reso accettabile l’aumento dei costi energetici per i cittadini in nome della sicurezza, preparando il terreno per la successiva fase di riarmo e per le successive azioni “inevitabili”.
La Fase dello Shock: il Biennio del Conflitto Globale (2025-2026)
Il 2026 si è aperto con una serie di eventi che di fatto acclarano la strategia della Shock Economy come strumento di governo globale. L’amministrazione statunitense ha abbandonato la prudenza diplomatica per intraprendere azioni militari dirette volte a smantellare i nodi energetici che sostenevano l’economia cinese, creando uno stato di emergenza permanente che giustificasse trasformazioni radicali negli Stati alleati. Nei fatti non è nulla di assolutamente inusitato; ora certe azioni avvengono alla luce del sole e in tempi estremamente celeri. Il progredire delle instabilità economico-finanziarie e la conseguente necessità di scelte rapide per saziare economie di flussi di capitale che corrono alla velocità dei bit informatici, sono necessarie strategie rapide che poco si confanno al diritto internazionale o ai tempi della democrazia. Se nel secolo scorso per insediare un governo più accondiscendente ci volevano anche anni di preparazione, oggi i tempi li dettano gli appetiti dei mercati, ai quali sono legati i debiti e la solvibilità anche degli Stati Uniti; quindi la venuta di Trump dovrebbe essere letta come necessità di una strategia decisionista estremamente disinvolta, rapida e pragmatica.
Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno lanciato l'Operazione Absolute Resolve, un attacco militare lampo in Venezuela culminato con la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. L'operazione, è stata presentata come una missione di contrasto al narcotraffico e al terrorismo. Tuttavia, le implicazioni economiche rivelano l'intento strategico di inbebolire la Cina. Assumendo de facto il controllo delle esportazioni petrolifere venezuelane, gli Stati Uniti hanno immediatamente interrotto i flussi di greggio pesante verso Pechino, che rappresentavano una quota significativa delle importazioni cinesi utilizzate per eludere le sanzioni precedenti. Questo "shock" ha distrutto il modello operativo delle raffinerie indipendenti cinesi (le cosiddette "teapots"), forzandole a rivolgersi a fornitori più costosi e controllati, come l'Arabia Saudita o lo stesso greggio americano rivenduto tramite intermediari. Allo stesso tempo la produzione di greggio venezuelano viene ristrutturata ed efficientata con l’intento di reindirizzare la produzione verso le raffinerie della Costa degli Stati Uniti (Texas e Louisiana) le quali sono state storicamente progettate per processare greggio pesante e "sour" (acido), proprio come quello venezuelano.
Mentre gli USA producono molto petrolio "light sweet" (leggero e meno acido) dai giacimenti di scisto (shale), le loro raffinerie più complesse hanno bisogno di greggio pesante per funzionare in modo efficiente e produrre gasolio e carburante per aerei, compreso il carburante speciale per l’aviazione militare. Il ritorno del petrolio venezuelano permette ai raffinatori americani (come Valero, Phillips 66 e Citgo) di ridurre la dipendenza dal petrolio pesante proveniente dal Messico (che ne sta riducendo le esportazioni) e dal Canada.
Gli USA hanno ora concesso licenze a giganti come Chevron, ExxonMobil e ConocoPhillips per investire miliardi nella riabilitazione dei pozzi e degli "upgrader" (impianti che rendono il petrolio pesante trasportabile). All'inizio del 2026, è stato siglato un accordo per il trasferimento immediato di circa 30-50 milioni di barili stoccati in Venezuela verso i porti Statunitensi, segnando la fine ufficiale dell’embargo energetico durato anni. Nel contempo la Cina deve dire addio tanto ai miliardi prestati al Venezuela oramai non più esigibili, quanto al petrolio.
Parallelamente, il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno avviato l'operazione Epic Fury, una serie di attacchi coordinati contro le infrastrutture nucleari e militari dell’Iran. L'assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei e la successione del figlio Mojtaba hanno innescato una crisi di instabilità interna e regionale senza precedenti. La risposta iraniana, che ha incluso la chiusura temporanea dello Stretto di Hormuz, ha fatto impennare i prezzi globali dell’energia, colpendo duramente le economie europee e asiatica.
Il conflitto iraniano è servito come ulteriore catalizzatore per la "Shock Economy": la minaccia di un’interruzione totale dei flussi energetici e la necessità di difendere le basi alleate nel Golfo hanno fornito il pretesto finale per richiedere agli Stati europei un impegno finanziario senza precedenti nel settore della difesa, proprio mentre le loro economie stavano cercando di stabilizzarsi dopo la crisi ucraina. Dall’altro lato ora gli Stati Uniti possono proporsi come unico offerente sicuro di risorse energetiche, forse in cambio di un allentamento sui dazi.
La strategia degli Stati Uniti nel 2026 si sta delineando come una vera e propria manovra di accerchiamento energetico che punta a scardinare le fondamenta della sicurezza nazionale cinese colpendone i fornitori più vulnerabili e ideologicamente affini. Reindirizzando il greggio pesante venezuelano verso le proprie raffinerie della Gulf Coast, Washington non ha solo garantito la propria efficienza industriale, ma ha simultaneamente sottratto a Pechino una risorsa critica che veniva pagata in yuan o attraverso lo scomputo di debiti pregressi.
Questo meccanismo si riflette quasi specularmente nella questione iraniana, dove l'obiettivo americano è quello di smantellare il sistema di scambi "ombra" che permetteva alla Cina di rifornirsi al di fuori del circuito del dollaro. Privando la Cina dell’accesso privilegiato al petrolio di Caracas e Teheran, gli Stati Uniti costringono il loro principale rivale a una scelta drammatica: aumentare la dipendenza energetica dalla Russia, con tutti i rischi che ne conseguono, oppure tornare a negoziare sui mercati globali regolati dalle istituzioni finanziarie occidentali. In questo scacchiere, il controllo fisico delle rotte e delle infrastrutture diventa l’arma definitiva per annullare gli investimenti miliardari che la Cina ha seminato per decenni in Medio Oriente e America Latina, trasformando i crediti vantati da Pechino in carta straccia e rendendo le sue raffinerie interne tecnicamente obsolete o troppo costose da alimentare. Si tratta di una forma di pressione che va ben oltre la semplice sanzione economica, configurandosi come un isolamento strategico che mira a rendere la crescita cinese strutturalmente dipendente dalla volontà politica di Washington.
Europa e dintorni
In questo clima di instabilità globale deliberatamente alimentata, l’Unione Europea ha adottato una serie di politiche che segnano il riarmo industriale come strategia per salvare la “competitività”. Ovviamente la conversione industriale non può essere spiegata ai più come unica possibilità per pompare soldi pubblici nel processo di revamping industriale; dove finirebbero le regole sugli aiuti di stato? La Shock Economy agisce qui attraverso l’accettazione sociale di sacrifici economici in cambio della promessa di protezione contro minacce esistenziali. Nel marzo 2024, la Commissione Europea ha introdotto la European Defence Industrial Strategy (EDIS), ponendo le basi per una militarizzazione dell’economia dell’Unione.
Con un budget iniziale di 1.5 miliardi di euro per la "prontezza" bellica, l'EDIS mira a far sì che entro il 2030 gli Stati membri acquistino almeno il 50% delle attrezzature militari da fornitori europei, promuovendo una concentrazione industriale che favorisce i grandi campioni della difesa a scapito delle PMI e dei settori civili. La trasformazione della difesa da servizio pubblico a volano industriale è supportata dalla necessità di rispondere alla sfida russa e cinese, ma ha l’effetto collaterale di assorbire quote crescenti di capitale che in precedenza erano destinate al welfare. Il nuovo obiettivo della NATO, discusso al summit dell’Aia nel giugno 2025, prevede che gli alleati spendano il 5% del loro PIL per la difesa entro il 2035, suddiviso tra un 3.5% per le capacità core e un 1.5% per la resilienza delle infrastrutture e la cybersicurezza.
Per finanziare questo sforzo titanico, la Commissione Europea ha lanciato il programma Security Action for Europe (SAFE), un fondo di prestiti da 150 miliardi di euro che permette agli Stati membri di indebitarsi a tassi agevolati per l’acquisto di armamenti. Sebbene presentato come uno strumento di solidarietà, il SAFE rappresenta un vincolo di lungo periodo: i prestiti devono essere rimborsati e peseranno sui bilanci nazionali futuri, limitando la capacità degli Stati di finanziare i propri sistemi sanitari ed educativi. Paesi come l'Italia, la Polonia e la Romania sono stati tra i principali beneficiari delle prime tranche di prestiti SAFE, accettando di subordinare la propria stabilità fiscale alle necessità della produzione militare collettiva. Questo meccanismo sposta il rischio finanziario sui cittadini europei, garantendo al contempo profitti sicuri per l’industria della difesa transatlantica.
L’Italia, in un contesto di alto debito pubblico, rappresenta il laboratorio ideale per l’applicazione della Shock Economy. Il governo Meloni si è trovato a dover conciliare l’impegno per il riarmo con la necessità di uscire dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo avviata dall’UE nel 2024. La soluzione adottata è stata, ovviamente, una ristrutturazione selettiva del bilancio, dove i tagli alla spesa sociale vengono camuffati o giustificati come necessari per la stabilità e la sicurezza nazionale. La Legge di Bilancio 2026, approvata il 30 dicembre 2025, stanzia circa 22 miliardi di euro con l'obiettivo primario di ridurre il deficit al 2.8% del PIL. Sotto la superficie del consolidamento fiscale, si assiste però a un trasferimento di risorse verso il comparto sicurezza. Riduzione del Fondo Farmaci Innovativi: tagliato di 140 milioni di euro all'anno, indebolendo l'accesso a terapie d'avanguardia per i cittadini. Sanità Pubblica: nonostante un aumento nominale del finanziamento a 142.9 miliardi di euro, in termini reali la spesa pro capite diminuisce a causa dell’inflazione e dell’aumento dei costi tecnologici, spingendo sempre più cittadini verso la sanità privata. Pensioni e Sociale: mentre vengono introdotti piccoli aumenti per le pensioni minime, vengono eliminate misure di flessibilità e ridotti gli investimenti nell’istruzione pubblica, considerata meno prioritaria rispetto alla "resilienza" nazionale. Inoltre, il governo ha adottato strategie di camuffamento creativo della spesa militare. Un esempio eclatante è stato il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, riclassificato come infrastruttura di rilevanza militare per poter accedere a fondi europei e giustificare l'investimento come necessario per la mobilità strategica delle truppe verso il fianco sud della NATO.
L’Italia si è impegnata a raggiungere il target del 3.5% del PIL per i requisiti core della difesa entro il 2035, partendo da un livello dell'1.6% nel 2024. Per fare ciò, il Ministero della Difesa dovrà aumentare la propria spesa di circa 3-4 miliardi di euro ogni anno per il prossimo decennio. Questo aumento avviene mentre il debito pubblico è proiettato al 137.4% del PIL nel 2026. L'uso della crisi come metodo di governo ha ripercussioni che vanno ben oltre i semplici dati di bilancio. Infatti tale modus operandi sta di fatto rimodellando il contratto sociale europeo, sostituendo il principio della cittadinanza basata sui diritti con quello della cittadinanza basata sulla contribuzione alla forza nazionale.
Il processo di privatizzazione dei servizi pubblici in Europa, accelerato dalla necessità di finanziare il riarmo, viene inquadrato come un’inevitabile risposta alla realtà della politica internazionale. Secondo il quadro della Shock Economy, quando una società vive uno shock traumatico (come la minaccia di una guerra nucleare con l'Iran o l'invasione russa), gli attori politici possono imporre riforme che in tempi normali sarebbero state rigettate. La riduzione dei servizi sanitari e l'introduzione di ticket più alti vengono presentati non come scelte ideologiche, ma come sacrifici necessari per "tenere il paese al sicuro". In Italia, questo si traduce in una "privatizzazione silenziosa": il sistema pubblico non viene abolito, ma reso così inefficiente e privo di risorse da costringere chi può permetterselo a migrare verso assicurazioni private e cliniche convenzionate, mentre i meno abbienti vedono degradare il proprio diritto alla salute.
La strategia geopolitica degli Stati Uniti nel periodo 2011-2026 può essere validata come una forma di guerra permanente che utilizza il capitalismo dei disastri per mantenere l'egemonia. Questo processo si articola in tre momenti chiave:
L’Italia, con il suo governo conservatore, prono ai desiderata d’oltreoceano e il suo debito soffocante, funge da avamposto di questa trasformazione. La Legge di Bilancio 2026 non è semplicemente un documento contabile, ma un atto politico che sancisce la transizione verso un modello di "economia di guerra" permanente, dove il benessere del cittadino è subordinato alle necessità strategiche della proiezione di potenza atlantica. In questo quadro, il welfare non è più un obiettivo, ma un "serbatoio di risorse" da cui attingere per finanziare i nuovi sistemi d'arma (come i caccia di sesta generazione FCAS e Tempest) e i prestiti del fondo SAFE. L’evidenza dei fatti analizzati suggerisce che l'attuale fase storica non sia una parentesi di instabilità, ma la nuova normalità di un sistema capitalista che, per sopravvivere alle proprie contraddizioni e alla sfida delle potenze emergenti, deve ricorrere alla forza militare e allo shock economico. La politica USA ha trasformato l'Europa in un teatro di guerra economica, dove l'unico investimento protetto è quello bellico, mentre il patto sociale del secondo dopoguerra viene definitivamente archiviato come un lusso che la "sicurezza" non può più permettersi.
JR
Circolo Libertario E. Zapata
Immagine di Bastrardilla
Note
[1] La Grand Strategy degli Stati Uniti rappresenta l'integrazione di risorse militari, economiche e diplomatiche per proteggere gli interessi nazionali a lungo termine. Si basa storicamente sul mantenimento di un ordine internazionale liberale e sulla prevenzione della nascita di potenze egemoni ostili in regioni chiave. Questo approccio coordina i mezzi dello Stato per garantire sicurezza e prosperità globale. ↩
[2] Peer Competitors. Il termine identifica attori statali che possiedono una combinazione di potere economico, militare e tecnologico paragonabile a quello degli Stati Uniti. Questi competitori sono in grado di sfidare l'influenza americana su scala globale o regionale, cercando di ridefinire gli equilibri di potere a proprio favore. La gestione del rapporto con tali potenze è oggi il fulcro della politica di sicurezza internazionale. ↩
[3] Il nation-building può essere interpretato come uno strumento di proiezione di potenza volto a rimodellare l’architettura istituzionale di un Paese straniero per allinearla ai propri interessi. In questa chiave, l'obiettivo reale non è solo la stabilità, ma la creazione di un sistema politico e di una classe dirigente più malleabile, garantendo alla potenza interveniente un’influenza duratura e un controllo indiretto sull’area attraverso governi "amici" o condizionabili. ↩
[4] Trans-Pacific Partnership (TPP). Più che un semplice trattato commerciale, il TPP è stato concepito come un pilastro economico della proiezione di potenza statunitense nel Pacifico, finalizzato a isolare l’influenza cinese. L'obiettivo strategico è dettare le regole del commercio globale del XXI secolo, vincolando i partner a standard normativi occidentali e garantendo agli Stati Uniti un controllo indiretto ma strutturale sulle rotte e sui mercati asiatici. ↩
[5] Decoupling vs De-risking. Il Decoupling (disaccoppiamento) punta alla rescissione dei legami economici e tecnologici con un rivale strategico (principalmente la Cina) per azzerare la dipendenza e la vulnerabilità. Il De-risking ne è la versione più diplomatica e selettiva: non una rottura totale, ma una diversificazione mirata delle catene di approvvigionamento. L'obiettivo è isolare i settori critici (chip, difesa, AI) per limitare i rischi di ricatto politico, pur continuando a beneficiare degli scambi commerciali meno sensibili. ↩