comunicati&recensioni

                                                 
SCALIATI

DOVE VA LA LEGA NORD
 

Giuseppe Scaliati,
DOVE VA LA LEGA NORD: RADICI ED EVOLUZIONE POLITICA DI UN MOVIMENTO POPULISTA,
Zero in Condotta, Milano 2006,  Euro 7, con fotografie.

Giuseppe Scaliati, DOVE VA LA LEGA NORD: RADICI ED EVOLUZIONE POLITICA DI UN MOVIMENTO POPULISTA, Zero in Condotta, Milano 2006, Euro 7, con fotografie. Intervistato, subito dopo le elezioni e i deludenti risultati per la Lega Nord, Roberto Maroni ha affermato che "La lega è di destra e anche di sinistra perché rappresenta il Nord-destra e il Nord-sinistra"; evidentemente, dopo aver registrato consistenti perdite nel proprio elettorato anche in feudi tradizionalmente forti come quello di Treviso (dove dal 17,22% delle regionali del 2005 è passato ad un misero 10%), noto per le tragiche amenità del sindaco-sceriffo Gentilini, per i vertici della Lega Nord s'apre una nuova stagione in cui, dopo aver voltato le spalle alla conveniente alleanza di governo con Berlusconi, cercheranno interlocutori nel centrosinistra, dove tra l'altro alcuni anni fa D'Alema ebbe a definire la Lega come una "costola della sinistra". Eppure, in questi anni, la Lega Nord si è progressivamente spostata su posizioni di destra estrema, connotate da livori xenofobi e pulsioni autoritarie, al punto da trovarsi spesso a fianco nelle iniziative, sia in Parlamento che nelle piazze, delle formazioni nazi-fasciste più aggressive e razziste. Un libro come quello scritto da Giuseppe Scaliati appare quindi un assai utile memorandum per tenere presente, anche nella sinistra politica dove troppo spesso si è sottovalutato tale inquietante fenomeno, cosa sia divenuta la Lega Nord e come dietro a parole d'ordine generiche e populiste come quelle del federalismo e dell'autogoverno padano, vi sia il primo imprenditore politico del razzismo e del sessismo che vanno avvelenando la società. La Lega Nord, che comunque aveva nel suo dna costitutivo l'intolleranza nei confronti dei "terroni", ha infatti finito per abbracciare le tesi "differenzialiste" del teorico della nuova destra Alain de Benoist e per le sue campagne sempre più connotate da accenti razzisti e islamofobici è stata persino emarginata all'interno del Parlamento europeo dalle stesse formazioni autonomiste che, dopo l'episodio delle provocatorie magliette di Calderoni, hanno ritenuto di prendere le distanze dagli europarlamentari leghisti. D'altra parte, non solo molti militanti ma numerosi dirigenti leghisti -da Borghezio a Stiffoni-provengono dall'estrema destra, ben contenti di partecipare alle ronde dei Volontari verdi impegnati nella caccia all'immigrato o alle spedizioni contro nomadi, senza dimora, gay, etc. E, se da un lato l'incontro con la destra più oltranzista e nostalgica è stato un passo del tutto lineare, meno scontata, date le origini paganeggianti della Lega, appare la convergenza con l'integralismo cattolico più oscurantista sotto la bandiera di una nuova Lepanto necessaria per fermare le"orde ottomane" Nella sua scrupolosa ricostruzione della deriva di destra del leghismo padano, Giuseppe Scaliati, riesce a cogliere e sottolineare i passaggi che, senza incontrare obiezioni e ostacoli all'interno della propria base, hanno finito per collocare la Lega Nord nel panorama internazionale delle formazioni filofasciste, pur se inizialmente avesse persino urlato il suo antifascismo per bocca proprio del leader Bossi.. Purtroppo, va osservato come le conseguenze dell'ingresso delle tematiche e del luogo comune leghista nella mentalità diffusa ha avuto effetti ben più inquietanti e radicati del numero degli elettori leghisti, in quanto ha finito per liberare, legittimare e fomentare antichi pregiudizi e nuove discriminazioni che vanno ben oltre i confini politici e culturali sia della destra che della sinistra, dimostrandosi i migliori strumenti per dividere, tra autoctoni e migranti, i lavoratori e gli sfruttati e le loro lotte per un'emancipazione che non potrà non sfondare tutte le frontiere. emmerre
 

                                                 
CODELLO

VASO, CRETA O FIORE?
 

Francesco Codello
Vaso, creta o fiore? Nè riempire, né plasmare ma educare
Edizioni La Baronata, 2005

 

L'autore di questa pubblicazione - dirigente scolastico di Treviso - dichiara che la scuola dovrebbe essere organizzata e gestita da chi la vive (ragazzi, insegnanti, genitori e tutti coloro che vi lavorano) e modellarsi continuamente sulle loro esigenze, garantendo in maniera vera e non fittizia il suo carattere pubblico (ossia realmente aperta a tutti) ma senza i condizionamenti dello Stato. Non deve essere fatta per la società, non deve darsi come missione quella di formare il cittadino o il lavoratore, ma piuttosto quella di accrescere le capacità di ogni individuo di diventare libero e autonomo, di essere esattamente se stesso. "Educare ad essere", in contrapposizione al "formare il dover essere", poiché nessuna idea predefinita di uomo può stare alla base di una concezione autenticamente libertaria dell'educazione. Permettere quindi a ciascun individuo di diventare quello che è e non ciò che altri, individui, istituzioni, filosofie pensano sia giusto o utile che divenga.
Contro la schizofrenia sociale dei valori dominanti quali l'abbondanza, il consumismo, la cultura dell'apparire, la carriera, il profitto, il dominio, la competizione, il nozionismo, i premi e i castighi come possibili soluzioni bisogna proporre e valorizzare le relazioni non gerarchiche e l'empatia, l'ascolto, gli affetti, la lentezza, la solidarietà, la collaborazione, la spontaneità, la creatività, il gioco, il sogno, la diversità, l'autonomia...

Ecco in breve alcuni concetti di quest'antologia che raccoglie gli articoli più significativi di Francesco Codello apparsi su alcune riviste. Partendo da riflessioni su alcune fondamentali tematiche educative, vengono poi analizzate le tendenze autoritarie della scuola attuale (supermercato dell'istruzione) e infine sono presentate alcune esperienze alternative percorribili in senso libertario.

Il prezzo del libro è di euro 17 e può essere richiesto alle Edizioni
La Baronata, casella postale 22, CH-6906 Lugano (e-mail: baron_ta@anarca-bolo.ch).

                                                 
FUMETTO

V FOR VENDETTA
 
Alan Moore David LLoyd V FOR VENDETTA
Milanolibri, 1994
Seconda ottima edizione Magic Press 2005, terza pessima edizione Rizzoli 2006

 
Alan Moore David LLoyd V FOR VENDETTA Milanolibri, 1994 Seconda ottima edizione Magic Press 2005, terza pessima edizione Rizzoli 2006 Originariamente uscito sulla rivista inglese "Warrior Magazine" negli anni '80, in piena epoca thatcheriana, V per Vendetta narra di un futuro,la seconda metà degli anni 90' nel fumetto, che vede l'Inghilterra sottomessa al giogo di un regime totalitario - tecnocratico. In questo contesto si muovono i due personaggi principali di questa graphic-novel: una misteriosa figura mascherata da Guy Fawkes (V perl'appunto) e la giovane Evey Hammond. Dopo averla salvata da un 'aggressione della brutale polizia politica, V fa saltare in aria il parlamento e da questo momento in poi le loro storie s'intrecciano. Mentre V prosegue nei suoi attentati - facendo esplodere il tribunale e la statua della giustizia/il regime scatena i suoi apparati repressivi in una forsennata quanto inutile caccia all'uomo. V si rifà vivo occupando la sede della tv nazionale da dove trasmette un messaggio incitando la popolazione alla rivolta. Nel frattempo la situazione precipita e attraverso una serie d'eventi inattesi e apparentemente sconnessi tra di loro si arriva al crollo della dittatura. Nell' opera di Moore e Llyod l’anarchia recita un ruolo di primo piano attraverso L’azione e il pensiero di V: se da un lato egli agisce in maniera solitaria per distruggere quelli che sono i simboli del potere, usando una prassi che fu propria degli anarco-individualisti del secolo scorso, dall'altro egli descrive l'anarchia come "...una giustizia che nulla vale senza libertà..." e nei suoi appelli alla popolazione ricorda come essa si basi sulla capacità dell' umanità di creare un nuovo modello di società che si avvalga della volontaria e responsabile partecipazione del singolo, senza costrizioni né gerarchie di sorta. All'interno dell'opera è anche ben presente la doppia natura dell'anarchia in qualità d'ideale creatore/distruttore, così come il rifiuto del culto della personalità e della figura del leader. Una lettura che illustra gli orrori della società capitalistica e risponde con le teorie libertarie, pur rimanendo facile e godibile come può essere quella di un fumetto.
Barthlomew Roberts
 
MARCUS REDINKER

CANAGLIE DI TUTTO IL MONDO...
 
Marcus Rediker
Canaglie di tutto il mondo.
L’epoca d’oro della pirateria
Eleuthera 2005
 

Marcus Rediker Canaglie di tutto il mondo. L’epoca d’oro della pirateria Eleuthera 2005 Marcus Rediker, docente di storia all'università di Pittsburgh, si è occupato dei tanti protagonisti che dopo la scoperta dell'America hanno solcato l'Atlantico. In questo volume la sua attenzione si focalizza sui pirati, in un periodo che abbraccia i primi vent'anni del XVIII secolo. Rediker li spoglia delle caratteristiche che essi hanno assunto nell'immaginario popolare, da un lato quello di Robin Hood marittimi, dall'altro quello di feroci e sanguinari predoni e razziatori, e ce li riconsegna per quello che effettivamente furono: uomini, marinai che, inseriti nel complesso scenario del commercio navale del ''700 (commercio non solo d'oggetti ma anche d'esseri umani), vi si ribellarono. Sfruttati, sottopagati, sottoposti a condizioni di vita inumane ricorrevano all'ammutinamento per prendere possesso delle navi su cui erano imbarcati, spesso contro la loro volontà, e vi stabilivano un nuovo ordine basato "...su un rozzo, improvvisato ma efficiente egualitarismo che poneva l'autorità nelle mani collettive dell'equipaggio". I capitani venivano eletti per votazione in base alla loro audacia, coraggio e perizia nautica; non godevano di nessun privilegio particolare, il loro comando era assoluto solo in caso d'attacco, potevano essere rimossi in qualsiasi momento in caso di codardia, crudeltà o per essersi rifiutati d'abbordare qualche vascello. Gli ufficiali venivano scelti in maniera democratica; tra questi v'era il quartiermastro: costui limitava la figura del capitano e rappresentava l'equipaggio, era nel medesimo tempo tribuno, tesoriere, mediatore e custode dell'armonia di bordo. Anche se la massima autorità a bordo era il consiglio generale formato da tutta la ciurma, che si riuniva in assemblee e prendeva decisioni su ogni questione, va comunque ricordato che tra i pirati v'erano degli articoli da sottoscrivere al momento d'unirsi alla filibusta. La composizione degli equipaggi pirati era internazionale. Se è vero che la maggior parte di loro proveniva dalle file della marina britannica, tanto mercantile quanto militare o dalle colonie nord-americane, erano perciò inglesi, scozzesi, gallesi e irlandesi; troviamo però anche olandesi, belgi, francesi, portoghesi, svedesi, danesi, alcuni nativi americani ed ex schiavi fuggiti dalle piantagioni dei Caraibi e non vi sono motivi per escludere la presenza di donne (come dimenticare Anne Bonny e Mary Read!!) Se a tutto questo aggiungiamo che i pirati dichiaravano "di venire dal mare" e di non avere patria alcuna, che dimostravano un sincero disprezzo per l'autorità e la gerarchia statale e che dividevano equamente il bottino frutto dei loro espropri... Beh! Si può allora sicuramente considerarli dei compagni ante-litteram.
Charles Bellamy
 

 
MAX MAURO

LA MIA CASA È DOVE SONO FELICE
In copertina una foto in bianco e nero. Bella, ma non l´avevo notata subito. Un uomo nero, non giovanissimo, e un uomo bianco, anziano, parlano seduti su una panchina, probabilmente lungo i binari di una stazione ferroviaria. In mezzo a loro una valigia. Ma chi dei due è quello che parte?
L´ho chiesto a mio figlio, così , per provare. Mio figlio ha due anni e mezzo e senza esitazione mi ha indicato l´uomo bianco.
Non gli ho chiesto perchè, non avrei potuto. Ma mi è piaciuto che abbia capito la mia domanda e soprattutto che la sua risposta non sia stata banale. Io alla sua età avrei probabilmente risposto diversamente o forse non avrei neanche risposto, avrei chiesto chi era l´uomo nero, non essendo poi così abituale per me allora cogliere la presenza di persone non bianche nella vita e negli spazi della nostra quotidianità.
Per lui, invece, le cose stanno diversamente. E´ stato un modo per riflettere su quanto l´autore afferma in più occasioni: cioè che il fenomeno della migrazione sia strutturale alla nostra società e non solamente un fatto contingente.
Anzi, meglio sarebbe usare il plurale: alle nostre società, quella di ieri e quella di oggi.
Sì, perchè i motivi che nel presente costringono le più svariate persone a cambiare paese, affrontando un futuro con non meno insidie e problemi di quelli che hanno lasciato, sono gli stessi che un tempo hanno spinto la generazione dei nostri antenati a fare altrettanto.
Perciò non è giusto, leggendo questo libro, rimanere agganciati alla particolarità delle testimonianze che l´autore ci presenta: al di là dei singoli itinerari, delle svolte più o meno improvvise dal percorso immaginato, degli incontri fortuiti e delle beffe del destino che rendono ciascuna esperienza irripetibile, ciò che conta è che sia successo. Come sia stato possibile, al di là di tutti i vincoli imposti dalle leggi, è solo apparentemente straordinario.
La vita di ciascuno di noi non coincide con la burocrazia che la vorrebbe regolamentare.
Gli spazi e le soluzioni - non necessariamente collegate alla criminalità - che questi uomini e queste donne hanno saputo trovare per entrare "illegalmente" laddove non avrebbero potuto nemmeno mettere piede, rendono omaggio alla loro creatività, alla loro divergenza e alla loro tenacia.
Che poi la loro esistenza abbia dovuto essere bollata come clandestina, se non altro per un primo periodo di permanenza sul suolo straniero, è un fattore che certamente ha complicato le cose.
Non solo per i difficili e pericolosi rapporti con quello che chiamiamo ordine costituito - il rischio di essere scoperti comporta l´azzeramento di tutto ciò che si è messo insieme fino a quel momento - ma anche con gli aspetti più semplici del vivere di ogni giorno: la casa, il lavoro, la macchina, la gestione dei figli, i rapporti con gli altri.
Per tutto gli emigranti e gli immigrati hanno dovuto lottare, come e più di chi è sempre rimasto, perchè loro, spesso, lo hanno dovuto fare due volte. Una volta quando sono partiti e un´altra, forse con più dolore, quando sono tornati.
m.v.
 
PINO BERTELLI

IL CINEMA È MORTO

Pino Bertelli, Guy-E.Debord Il cinema è morto, Edizioni La Fiaccola, Collana Biblioteca Libertaria, Ragusa,
dicembre 2005, pag. 250, 15,00 euro

Pino Bertelli, Guy-E.Debord Il cinema è morto, Edizioni La Fiaccola, Collana Biblioteca Libertaria, Ragusa, dicembre 2005, pag. 250, 15,00 euro Questo, sul cinema di Guy Debord, è il primo studio approfondito apparso in Europa sul filosofo francese, scritto da Pino Bertelli, il critico più eversivo della macchina/cinema. Il pamphlet sottende altro da ciò che in principio si legge. Bertelli parte dall'opera cinematografica di Debord non per celebrare un poeta (che non ha bisogno di altarini), ma per riversare nella lettura dei film situazionisti di un corsaro del cinema d'autore, altre visioni di critica politica della "fabbrica dei sogni". Le invettive, le eresie, i rovesciamenti di prospettiva della vita quotidiana debordano da ogni pagina e siccome per l'autore le lingue degli uomini sono piene d'inganni, sostiene che "ogni tanto è bene ballare sulle teste dei re, dei tiranni, dei generali o dei primi ministri" che concimano i campi di grano con i bambini morti per fame. E ancora: "Gli uomini nascono uguali, le religioni monoteiste, la politica istituzionale, la violenza della società dello spettacolo li rendono diversi. Questo è quello che mi ha insegnato mio padre e suo padre a lui… un uomo ha diritto di guardare un altro uomo dall'alto soltanto per aiutarlo ad alzarsi…". Il libello è feroce, a tratti indisponente, cattivo… s'inscrive all'interno di quell'aristocrazia della ribellione anarchica che è fatta di partecipazione al comune dolore e fa dell’ “angelo sterminatore" i” primo commensale intorno alla tavola del the, dove solo chi sappia mentire o plagiare la grande arte dell'incompleto, può scoprire la vera bellezza dell'anima insorta.
Per richieste, indirizzare ad Elisabetta Medda, via T. Fazello 133, 96017 Noto (SR); ccp. 10874964.
 
                  Il fenomeno della tortura in Italia [ pi\ vasto e subdolo di quanto possa apparire e, specie per le forme pi\ sofisticate, @viaggia@ in modo sommerso. Se infatti forme di violenza come il mobbing o gli abusi nelle carceri sono già stati denunciati e studiati, poco si sa della tortura @politica@ o dei maltrattamenti subiti dagli anziani negli ospizi e dagli immigrati nei CPT. Ora, per la prima volta, una ricerca analizza il
fenomeno nella sua globalit’, dalle forme più evidenti a quelle più sottili e avveniristiche come i microchip.
                                                 
ELIS FRACCARO

LUCIANO VISENTIN
L’ANARCHICO DI MESTRE
 
Pubblichiamo la prefazione di Elis Fraccaro al secondo Quaderno di storiAmestre curato da Piero Brunello
L’anarchico delle Barche
Notizie su Luciano Visentin, calzolaio (1898-1984)
pp. 64 euro 5
www.storiamestre.com
 

Pubblichiamo la prefazione di Elis Fraccaro al secondo Quaderno di storiAmestre curato da Piero Brunello L’anarchico delle Barche Notizie su Luciano Visentin, calzolaio (1898-1984) pp. 64 euro 5 www.storiamestre.com Quando li ho conosciuti Luciano e Teresa abitavano in una casa a Maerne in via Noalese. Era una piccola casa a un piano con cortile davanti e il confine della proprietà a ridosso del muro destro. Questo muro procurava diversi dispiaceri a Luciano per via del vicino, un uomo arrogante e dispettoso tanto che fui costretto a intervenire per convincerlo a smetterla. Di questo Luciano me ne fu grato e ogni tanto, negli anni successivi ricordava con gioia questo fatto che aveva posto fine ad anni di litigi e piccole angherie quotidiane. La casa, costruita in economia, era povera ma, come si dice, dignitosa. Aveva poche stanze, luminose. Colpiva l'ordine e la pulizia e ogni volta che entravo mi veniva alla mente in maniera quasi automatica quel vecchio insegnamento di mia madre che parlava di dignità e di braghe sdrucite ma rammendate e pulite. Un monito che in questi anni di "usa e getta" non è più attuale e forse incomprensibile. Era l'estate del 1978. Avevo avuto il suo nome da Nani Fiorin, un "vecchio" anarchico di Venezia che aveva sposato Maria, una nipote di Teresa. Nani in realtà non era molto vecchio ed era uno dei pochi anarchici della generazione di mezzo, tra quella cioè di Visentin, dell' antifascismo, della guerra di Spagna e noi, i giovani del '68. Era stato militante tra la fine degli anni '50 e la metà degli anni '60 e assieme ai suoi fratelli e al gruppo di "Venezia viva" avevano dato vita alla Libreria Internazionale, chiusa con l'alluvione del '64 e alla pubblicazione dei primi tre mesi dell'Internazionale nel 1966. Avevo e ho molta stima di Nani e anche se da anni egli fosse lontano dalle vicende del movimento anarchico lo vedevo di tanto in tanto con lo stesso affetto con il quale si vede un vecchio zio. Per noi giovani i vecchi anarchici rappresentavano un patrimonio inestimabile. Erano la nostra famiglia, il nostro passato, la nostra storia. Nel bene e nel male. L'umanità prorompente che da loro trapelava ci faceva riflettere sul senso di quell'etica che per noi era ancora un concetto astratto. Ma soprattutto erano la prova vivente e tangibile di un passato che troppo spesso veniva misconosciuto eoccultato. È difficile capire quanto il pensiero anarchico sia stato travisato, negato ma anche subdolamente utilizzato dalla cultuta marxista egemonica alla fine degli anni '60. Devo dire che molto della mia formazione politica è dovuta alla fortuna di aver conosciuto molti di questi anarchici. Visentin, seppure in maniera particolare, è senz'altro tra questi. Luciano era magro, di statura normale e i capelli bianchi. Alle barche lo chiamavano "Ciano baccalà". Era bello a vedersi. Gli occhi chiari erano dolci. Mi accolse con gioia e senza imbarazzo, come mi conoscesse da sempre. Era pieno di premure e si agitava. "Teresa prepara del caffe, forse preferisci il tè", si preoccupava per non avere vino in casa. "Noi non lo beviamo, ma possiamo andarlo a prendere... Teresa offri qualcosa di fresco, fa caldo, Teresa.. .". E Teresa lo guardava agitarsi e annuiva e per non contrariarlo lo assecondava sempre e lo calmava. Teresa era molto più giovane di Luciano ma non si vedeva. Era mora, con i capelli crespi. Gli occhi neri, profondi, tristi. Brillavano. Luciano disse che era stata una donna molto bella. Aveva il viso stravolto a causa di una malattia, la Lupus Canina, "incurabile ma non contagiosa" spiegava a tutti Luciano, cercando di rompere l'imbarazzo istintivo che si creava nei primi incontri e che durava poco perché Teresa era buona, gentile, mite. Per arrotondare la magra pensione di Luciano andava in bicicletta a Mestre da conoscenti a vendere uova. "Uova di campagna, genuine, uova di galline ruspanti di contadino, fresche", garantiva con dolcezza Teresa. Fu da allora che fui incluso nel giro e Teresa passava di tanto in tanto con la sua bicicletta e le sue uova. Ma le uova più fresche erano per Davide. Le metteva da parte. Davide è mio figlio e all'epoca aveva quattro anni. Teresa e Luciano avevano per i bambini una vera passione. La vita di Luciano seguiva regole rigidissime. Sveglia alle sei e mezzo sette, a letto alle nove, non oltre. Colazione con pane e latte, mai caffe. Pranzo alle dodici e con l'introduzione dell'ora legale, alle undici. "Mi no ghe vado drio a sti pelandroni che ne governa", diceva. Mangiava minestre e passati di verdura, la pasta qualche volta ma stracotta. La cena era alle sette. Latte, pane e poco altro, così tutti i giorni domeniche comprese. Qualche volta un giro in bicicletta "ma ormai so tropo vecio e il traffico xe aumentà". Sembrava, in questa ascetica quotidianità, che proseguisse la vita di recluso che per troppi anni era stato costretto a seguire. Le regole questa volta erano dettate da una malattia incurabile e sotterranea che non concedeva deroghe. Qualsiasi trasgressione avrebbe bloccato l'intestino e le vie urinarie. Giorni e notti di sofferenze atroci, che spesso si risolvevano con ricoveri urgenti: "ma non passano per molto, non posso prenderenessuna medicina. È una conseguenza del carcere, del confino, delle aggressioni fasciste", sospirava. "Non devo assolutamente arrabbiarmi". E mentre diceva questo gli era passata negli occhi una luce, un lampo che riconobbi ancora e che rompeva la mitezza del suo sguardo, perché Luciano si arrabbiava, eccome. L'ira lo sopraffaceva in un crescendo incontrollato. C'era in particolare una parola che faceva scattare la molla dell'ira e questa parola non
era, come ci si sarebbe potuto aspettare legata alle persecuzioni, alle sue sofferenze. Questa parola era "comunisti". "Non sono comunisti - correggeva immediatamente - il comunismo è un ideale altissimo, Malatesta era un comunista, loro sono bolscevichi - e nel dire questo cominciava ad agitarsi - la peggior razza. Quanti morti hanno fatto in Russia e in Spagna, quanti compagni hanno ammazzato? Lo sai che nel '54 un dirigente della CGIL mi ha detto che dopo la presa del potere, perché loro sognano sempre la presa del potere, sarò il primo a Mestre a essere fatto fuori? E perché? Perché dico quello che penso e loro quei farabutti non possono accettarlo. Servi di Mosca. Assassini". E calmarlo non era facile. Di solito interveniva Teresa con calma, piano piano. L'ultimo contatto "ufficiale" che Luciano aveva avuto con il movimento anarchico fu nel '62. Quella volta a scatenare l'ira fu un articolo di Borghi su Umanità Nova in difesa di Cuba. "Giù le mani da Cuba, el gaveva scritto. Ma se quei xe assassini, liberticidi come se pol difenderli? Go scritto una lettera a Borghi e a Marzocchi e fine". Con il tempo imparai a non contraddirlo, ad assecondarlo e come lui aveva fatto con la sua malattia anch'io accettai quelle regole che con Luciano non ammettevano deroghe. Mi regalò quello stesso giorno della mia prima visita dei libri, gli unici che gli erano rimasti. I libri Luciano li regalava volentieri "perché tutti devono conoscere l'ideale anarchico". Peccato, pensai. I libri erano merce rara, particolarmente le vecchie edizioni. Mi regalò, me lo ricordo ancora, La grande rivoluzione di Kropotkin, Ginevra 1911 e Memorie di un rivoluzionario, ed. La sociale 1922, sempre di Kropotkin. Niente male! Come quasi tutti i vecchi anche Luciano parlava volentieri della sua vita. A volte in maniera coerente e piana, a volte a salti. Venne così l'idea di un'intervista per mettere ordine a tutti quegli avvenimenti che ormai conoscevo ma in maniera frammentata. Un'intervista che probabilmente sarebbe rimasta rinchiusa nel nastro e destinata a dissolversi se Piero Brunello non avesse avuto la costanza, la volontà e la capacità di occuparsene in prima persona. Di questo lo ringrazio Poco più di un ragazzo "il più giovane confinato a Lipari" ricordava, aveva maturato le idee libertarie nelle lunghe conversazioni di quelle interminabili giornate al confino con gli anarchici reclusi. Era un ribelle per natura e un antimilitarista ma anche, e questo a dispetto delle cose che aveva organizzato e fatto, un individualista. Dai suoi racconti emerge la figura di un uomo solo, un amico, incontri all'osteria ma mai un gruppo, un lavoro collettivo. Solo era nelle aggressioni subite, in ospedale, nell'aula di tribunale. Su una cosa contava Luciano, sulle sue gambe. Era un velocista. "Cento metri in undici secondi, superavo senza allenamento il record italiano e questo mi ha salvato la vita tante volte", ricordava spesso. "I fascisti non facevano in tempo a estrarre la pistola che io ero già lontano". L'immagine di Luciano Visentin in fuga era diventata ai miei occhi la metafora della sua vita condizionando il mio giudizio generale e sottovalutando le sue anche pur importanti esperienze. Sicuramente aveva contribuito a questa valutazione anche la palese esagerazione da parte di Luciano di alcuni avvenimenti e la totale mancanza di riscontri storiografici. In realtà, l'ho capito troppo tardi, era vero il contrario. Era la mancanza di un riconoscimento storico "ufficiale" che spingeva Luciano a enfatizzare i fatti. Particolarmente mi rammarico di non aver dato molto credito ai racconti sulla organizzazione degli Arditi del popolo a Mestre e in generale della lotta dell'antifascismo nascente. Luciano era forse l'unico in grado di ricostruire la storia di fenomeno che meritava certamente la massima attenzione. "Solo a Parma e a Mestre c'è stata una risposta radicale all'insorgere del fascismo", ripeteva spesso. Ma io non ci avevo creduto. Nonostante questo scetticismo di fondo quando negli anni settanta si formò il gruppo anarchico a Dolo insistetti perché si chiamasse "Romeo Semenzato", dal giovane anarchico del "gruppo" di Visentin ucciso dai fascisti durante una manifestazione e ricordato come Ardito del popolo dalla locale sezione del Pci nel 1946, con una lapide posta a fianco del ponte del Vaso a Dolo. Ancora oggi, a distanza di molti anni, il ricordo che ho di Luciano Visentin si sovrappone all'immagine di un ragazzo che corre veloce per sfuggire all'agguato dei fascisti, ma anche a un mondo in cui non si è mai riconosciuto. È stato un uomo che ha fatto scelte forti e coraggiose ma le conseguenze che ha dovuto patire sono andate oltre ogni sua possibile resistenza. Imprimendogli un marchio che non si poteva cancellare, il regime fascista aveva condannato Visentin non solo al confino, alla galera, ma a essere perseguitato sempre e in ogni luogo. A non avere un lavoro, amicizie, rapporti sociali, a non poter vivere e questo indipendentemente da ogni considerazione o comportamento. Luciano non ha mai ammesso quel saluto fascista al confino né quelle lettere di supplica al regime. Non poteva farlo, non avrei capito. Ma questo silenzio, questo segreto svelato a distanza di molti anni dalla ricerca di Piero Brunello è ancora uno spregio che il fascismo gli fa. È anche ciò che oggi mi unisce a lui come uomo in carne e ossa con tutti i suoi difetti e i suoi eroismi e me lo fa ricordare con nostalgia e affetto. Luciano al tempo di questa "resa" ha circa 40anni. È stanco e malato. Ha malattie gravi e dolorose e solo dopo mille umiliazioni riesce ad avere il latte per "curarsi". Ha passato metà della sua vita al confino o in carcere. Vorrebbe andarsene. Ha trovato l'amore, un amore di confinato. Sogna una famiglia, un lavoro, una vita normale. Sogni impossibili per lui. Le sue gambe così veloci non possono più aiutarlo. Si arrende. Alza le braccia, ma non c'è rispetto per chi come lui è stato marchiato. Forse Luciano non sapeva che non poteva arrendersi.
Elis Fraccaro Marghera, estate 2005

 
 
 
TERRE DI PASSO SCHIAVI

…Dalle opere di Francesco Biamonti: "il triste armamentario del confine (sbarre, poliziotti, dogane, finanzieri, gendarmi) ha cessato di esistere.
Non ci sono più code sulle vie asfaltate, vuoti gli uffici, le garitte, le caserme…
E' giocoforza che i clandestini continuino a passare sulle rive del mare, nelle gallerie ferroviarie e per gli impervi sentieri di montagna. Il
Grammondo cade in mare con le sue ventose pendici ormai attraversate soltanto dai popoli della notte e della fame. Dai sentieri si leva nei crepuscoli qualche versetto coranico…oggi di Europei per la montagna, non ne passano più".
Le terre di passaggio dell'entroterra ligure, attraversate un tempo da ritals,ebrei, anarchici di Carrara, socialisti (quelli veri) e antifascisti sulla via dell'esilio, sono qui assunte a simbolo dell'Italia intera, storicamente terra di frontiera, luogo di incontro e contaminazione di civiltà diverse.
 

Questa è la prima versione in poesia di quella che diventerà la famosa canzone
“Il Galeone”, musicata da Paola Nicolazzi ed entrata nel repertorio di Giovanna Marini e di Les Anarchistes.
Tratta da “Versi liberi e ribelli. Poesie” Edizioni Anarchiche Beffardello, Carrara 2001.

Siamo la ciurma ignota
d'un galeon mortale,
su cui brontola il tuono
dell'avvenir fatale.

Mai orizzonti limpidi
schiude la nostra aurora
e sulla tolda squallida,
urla la scolta ognora.

Cos'è, gementi schiavi,
questo remar remare?
Meglio cader da prodi
sul biancheggiar del mare.

E sia pietosa coltrice
l'onda schiumosa e ria,
ma pera in tutto il mondo
l'infame borghesia.

I nostri dì s'involano
fra fetide carene:
siam macri, emunti schiavi,
stretti in ferral catene.

Nessun nocchiero ardito,
sfida dei venti l'ira?
Pur sulla nave muda,
vespero ognun sospira!

Sorge sul mar la luna,
ruotan le stelle in cielo,
ma sulle nostre tombe,
steso è un funereo velo.
 
Torme di schiavi adusti,
chini a gemer sul remo,
spezziam queste carene,
o chini a remar morremo.

Remiam finchè la nave
si schianti sui frangenti,
alte le rossonere,
fra il sibilar dei venti!

Falci del messidoro,
picche vermiglie al vento,
sarete i nostri labari
nell'epico cimento.

Su, su gementi schiavi!
L'onda gorgoglia e sale:
di già balena e fulmina
sul galeon fatale.

Su, schiavi, all'armi, all'armi!
Pugnam col braccio forte;
gridiam, gridiam: giustizia,
e libertade o morte.
 
Belgrado Pedrini
Casa penale di Fossombrone 1967
(prima stesura)

Sulla riva del mare
Sugli alti sentieri
Son passati barabba
Eroi e contrabbandieri
Camminavano scalzi
Nelle notti di luna
Donne e uomini dolenti
In cerca di fortuna.
Tra le gole rocciose
Dei Sette Cammini (1)
È passato di tutto
Anche vecchi e bambini
Ballavano sull'abisso
Gli sembrava di volare
Avvolti dal Mistral
E dal fruscio del mare.
Tèr de pas
Tèr de vent
Tèr d'auriva
I senzacarte del mondo
Percorrono ancora
Le vie del sale
Tèr de fam
Tèr de vent
Tèr de cunfin
Sui sentieri d'Europa
Si leva un canto
E si danza ancora.(2)
Sui sentieri del Grammondo
Tra ginepri e lentischi
Son passati in silenzio
Anarchici e socialisti
E passarono gli hammal(3)
Scansando Ventimiglia
Per togliersi la fame
Al porto di Marsiglia.
Poi fu la volta degli ebrei
Ritals e antifascisti(4)
E passarono i ribelli
Braccati dai nazisti
Ma al Passo della Morte(5)
C'è gente come ieri
Ora di notte passano
Slavi, curdi e neri.
Tèr de pas…
…e si danza ancora
Tèr de pas…
…e si passa ancora.
Sulla riva del mare
Sugli alti sentieri
Passano ancora barabba
Eroi e contrabbandieri
Passano anche senza luna
Portano le scarpe
Donne e uomini veloci
Viandanti senza carte.


(1) Passo delle Alpi Marittime, tra Italia e Francia, fra i più frequentati da perseguitati politici, contrabbandieri, passeur
(2) Terre di passo, terre di vento, terre di ulivi… Terre di Fame, terre di vento, terre di confine
(3) Sta per camalli, termine che definisce gli scaricatori di porto di Genova, derivato dall'arabo hammal, portatore
(4) Ritals,così venivano chiamati gli emigrati italiani in Francia
(5) Passo di confine delle Alpi Marittime

Baraban

 
   

SAN GERMINAL N. 100
20 anni fa circa, Salvador di Barcellona, con la sua solita ironia, mi aveva regalato questo "santino" e ci aveva scritto su "San Germinal".
Dietro aveva aggiunto: "Poiché la storia non ha rimedio, siamo nostalgici…
A parte tutto, buoni auguri a Germinal e un forte bacio alle Germinaliste".
Ho pensato che era un buon augurio per questo numero 100.
E se Salvador ci legge ancora, un forte augurio e un forte bacio da tutti noi.